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Bosnia e Ucraina: due facce della stessa medaglia

L'aggressione russa contro l'Ucraina ha tutte le caratteristiche di una lunga guerra di logoramento. Per mantenere la pace e la prosperità nell’Unione europea, gli europei dovranno uscire dalla loro zona di comfort e fare dei sacrifici, afferma il poeta bosniaco Faruk Šehić, che ha vissuto la guerra in prima persona come soldato nel suo paese.

Pubblicato il 14 Luglio 2022 alle 11:56
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Se fermi le persone per le strade di Sarajevo e chiedi loro cosa pensano della guerra in Ucraina, ti rispondono che quasi tutto quello che è accaduto in Bosnia-Erzegovina si sta ripetendo in Ucraina.

Qualcuno ha scritto su Twitter che rispetto alla Bosnia, la guerra in Ucraina somiglia a una partita lampo a scacchi:oggi tutto procede a un ritmo frenetico.

Alcuni giorni prima dell’invasione russa ho intervistato un giovane scrittore ucraino: era convinto che l’obiettivo di Mosca fosse quello di conquistare tutta l’Ucraina. Non che non gli credessi, ma il mio cervello riesce ad mettere un granello di ottimismo anche nelle visioni più apocalittiche.

Che la Russia avrebbe attaccato era sotto gli occhi di tutti. Non si aprono ospedali da campo per accogliere feriti se si stanno facendo solamente delle “esercitazioni”. Chi non sconosce i meccanismi della guerra pensa che sia facile fermare una macchina bellica di 190mila persone con migliaia di carri armati, veicoli corazzati, pezzi d’artiglieria e unità logistiche.

Proprio quella macchina bellica è rientrata prepotentemente in azione nelle prime ore del 24 febbraio, e sull’Ucraina si è scatenato l’inferno.

Ad aprile abbiamo commemorato il trentesimo anniversario dell’aggressione e della guerra contro la Bosnia. I primi d’aprile del 1992 li consideriamo il momento spartiacque nel quale è cominciata una nuova epoca (prima, durante e dopo la catastrofe). Questo modo di pensare il tempo vale anche per la maggior parte della popolazione bosniaca nata abbastanza prima del 1992 da avere ricordi della vita civile precedente la guerra.Non era passato neanche un mese dall’invasione russa dell’Ucraina, che già avevo sentito degli ucraini usare l’espressione “prima della guerra”. 

Abbiamo vissuto quello che sta loro accadendo: nessuno pero’ ci chiede di parlarne o di dare una mano. 

La guerra ti fa guardare alla vita e alla morte con occhi diversi. Prima della nostra “guerricciola” (espressione ironica che uso nelle mie opere) volevo essere un poeta, e scrivevo versi zeppi di metafore  e incomprensibili. Dopo la guerra ho ostinatamente cercato di scrivere il più chiaramente e precisamente possibile, soprattutto a proposito degli eventi bellici. Questa lotta con la lingua è durata per un po’, finché ho attraversato il guado e sono riuscito a guardare con chiarezza il contenuto della mia memoria della guerra. È stato allora che sono diventato uno scrittore. La guerra è stata un gigantesco catalizzatore di questo processo.


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In un testo scritto per la Paris Review, Ilya Kaminsky cita la poeta ucraina Daryna Gladun: “Ho messo da parte le metafore per parlare della guerra con parole chiare”. La stessa cosa è accaduta a un sacco di poeti di Sarajevo durante l’assedio della città, il più lungo della storia bellica contemporanea. Il famoso poeta sloveno Tomaž Šalamun una volta ha raccontato di non aver scritto una riga di poesia durante la guerra in Bosnia.

La maledizione dell’essere umano è che ogni singola persona pensa narcisisticamente di vivere l'orrore in maniera assolutamente unica e incomparabile. Chiunque sia sopravvissuto a una guerra sa che questo è assolutamente falso. Le persone pensano che si possa sentire il dolore solo nel proprio corpo (da questo deriva il narcisismo). Ma il dolore può essere percepito anche nei corpi degli altri. Il dolore della guerra è transcorporeo e onnipresente.

Il 21 aprile 1992 cominciarono gli attacchi nella mia città, nell’estremità occidentale della Bosnia.

All’epoca studiavo a Zagabria. Ero tornato a casa perché sapevo che la guerra sarebbe cominciata presto; formazioni serbe, regolari e irregolari, avevano già cominciato ad attaccare le città della Bosnia orientale all'inizio di aprile.


La frase “mai più” è risuonata nei campi di concentramento di Prijedor nell’estate del 1992 e viene ora ripetuta in Ucraina


Vedevo bruciare le città lungo il fiume Drina, il confine naturale tra Bosnia e Serbia, anche se l'intero paese ufficialmente si chiamava ancora Repubblica federale di Jugoslavia. Ma di quel paese non restava più niente: Slovenia, Croazia e Bosnia avevano dichiarato l’indipendenza, separandosene.

Ero seduto al caffè Casablanca quando cominciarono gli attacchi contro Bosanska Krupa, la città dove sono cresciuto. Indossavo dei blue jeans, un piumino e scarpe da ginnastica. Bevevo birra e ascoltavo musica seduto ai tavolini all’aperto del…

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