Idee Arcipelago Jugoslavia 30 anni dopo lo scioglimento | Croazia
La città croata di Vukovar dopo l'assedio dell'esercito jugoslavo, nel 1991.

Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta

Zoran Žmirić è nato a Fiume (oggi Rijeka, in Croazia) nel 1969. Ha combattuto durante la guerra dei Balcani sotto l’uniforme croata, è stato ferito e dopo la convalescenza è diventato scrittore. L’esperienza della guerra gli ha tolto il sonno per dieci anni. I suoi libri, che hanno vinto diversi premi, raccontano soprattutto le esperienze vissute durante quel periodo.

Pubblicato il 30 Agosto 2021 alle 17:00
© Mladen Pavković  | La città croata di Vukovar dopo l'assedio dell'esercito jugoslavo, nel 1991.

Prendo un caffè con Liam, che rolla abilmente una sigaretta, bagna la cartina con la saliva, soffia fuori il fumo e dice: "Ho letto un capitolo del tuo romanzo. Ottima traduzione. Di solito scrivi horror?" Galway e Fiume (Rijeka) sono le capitali della cultura del 2020, motivo per il quale ho incontrato il membro più attivo della scena artistica irlandese. Liam è  chitarrista, pittore e poeta. Durante il mio breve soggiorno a Galway è stato anche il mio ospite e guida della città. 

Non ho scelta, dovrò fare del mio meglio, anche se mi sembra evidente che non ne verrà fuori niente. Siamo vicini per età e interessi ma sono certo che non ci capiremo, e questo non è dovuto né alla mia modesta conoscenza dell'inglese, né al forte accento gaelico di Liam. "Questo non è horror", dico a Liam. "È la realtà nei Balcani". 


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  1. Kosovo, il fallimento della “vita migliore”
  2. Serbia, una vita sulla scena del delitto: “Ho visto il peggio della razza umana”
  3. In Slovenia sognavamo la democrazia e ci siamo svegliati con il capitalismo
  4. Bosnia Erzegovina, l’ora dell’apocalisse
  5. Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta (Croazia)
  6. La “Fratellanza e Unità” in ex Jugoslavia: un fantasma crollato con la guerra (Macedonia)

Nello sguardo di Liam leggo meraviglia e tristezza. Dietro, intuisco un lettore di codice a barre col quale cerca di cogliere le tracce di un mio eventuale sarcasmo. Non le trova e, come se parlasse a se stesso, borbotta: "For fok sake, Porca puttana". L’imprecazione, uscita con sincerità, quasi accidentalmente, mi fa capire che il trauma dei Balcani si perpetuerà all'infinito e che non troveremo alcun conforto al di fuori dello spazio ristretto della nostra regione. Liam non si rende nemmeno conto di confermare la mia tesi quando dice: "Sì, il trauma da guerra è qualcosa di orribile". Non ci capiamo, non possiamo capirci, eppure mi prendo la responsabilità di spiegargli. Non per il suo bene, ma per motivi puramente egoistici: mi dà sollievo parlarne di nuovo. 

Ricordo esattamente quando è cominciato il trauma. Non nel momento che qualcuno dall'esterno, qualcuno come Liam, potrebbe facilmente accettare. Non sto parlando del trauma che ti dà l'esperienza della guerra in sé. Parlo del trauma che vive una persona che cerca di tornare a vivere normalmente dopo la guerra, del trauma inflitto dal suo stesso ambiente. Ricordo il momento in cui sono andato in guerra. Eravamo seduti nel club Palach, a bere birra e ad ascoltare musica rock. Alla Tv stava passando la notizia che i serbi, per protesta, avevano tagliato l'acqua potabile in un ospedale psichiatrico a Verlicca. Stavamo guardando la tv tutti insieme e qualcuno ha detto: "Sono pazzi, non smetteranno finché non avranno ottenuto tutto quello che vogliono". Non sapevo esattamente cosa stessero facendo, ma sapevo che qualcuno doveva opporsi. Qualcuno che era bravo a resistere in ogni occasione, appropriato o no che fosse. Qualcuno che era bravo a entrare in una rissa e a dividere i combattenti senza sapere chi aveva cominciato né perché, qualcuno che litigava con i suoi compagni di classe quando prendevano in giro i bambini rom o albanesi a scuola. Qualcuno come me. 

Non mi importava dello stato che si stava sgretolando, non mi importava di quello che si stava formando, così come non mi importerebbe di un altro eventuale stato, se qualcuno mi obbligasse a viverci domani. Vengo da Fiume, una città che ha cambiato nove stati in meno di cento anni. .

Il primo segno del trauma è stata la frustrazione. Quando siamo arrivati sulla zona dei combattimenti il comandante ci ha detto di conservare l'ultima pallottola per noi. Ho trovato la cosa esilarante, un cliché cinematografico. Ma poi tutto quanto è cominciato, e aveva il sapore di qualcosa che conoscevo già e che era tutt’altro che innocuo. Ci è stato detto che eravamo lì per difendere i confini del paese, la democrazia, la nostra stessa, un sogno secolare e tante altre cose, alcune delle quali non significavano nulla per me. 

Non mi importava dello stato che si stava sgretolando, non mi importava di quello che si stava formando, così come non mi importerebbe di un altro eventuale stato, se qualcuno mi obbligasse a viverci domani. Vengo da Fiume, una città che ha cambiato nove stati in meno di cento anni. Anche con tutta la buona volontà del mondo, non riesco a entusiasmarmi all’idea di vivere in uno di questi nuovi stati che sono stati messi lì per assecondare le idee dei politici e i loro accordi… Per quanto mi riguarda i confini non sono altro che linee su un atlante: oggi sono così, domani chissà.

Il discorso di benvenuto del comandante mi ha fatto pensare a mio zio Ivan, partito per la guerra nel 1942, quando aveva quattordici anni. I soldati italiani stavano bruciando i villaggi, senza distinzione, l’uno dopo l’altro mano a mano che avanzavano. Quando furono nei pressi del villaggio di mio zio, egli prese il forcone e, insieme a dei giovani della sua età e ad altri con qualche anno di più, li attaccò. Alla fine dell’azione, conclusa con successo, i partigiani presero Ivan e altri del suo villaggio, li divisero in gruppi e cercarono di formarli alla disciplina, spiegando loro che la lotta per la “sopravvivenza” era in realtà motivata dal desiderio di abbattere il sistema esistente, e che il loro scopo era quello di costruire un mondo migliore. Mio zio non conosceva il significato di “lotta di classe” o “rivoluzione”; non aveva mai sentito parlare di Marx e Lenin, e ancor meno del socialismo. Gli interessava solo rimandare i fascisti da dove erano venuti per poter tornare alla sua vita. 

Mentre l'ufficiale di fronte a noi snocciolava con sicurezza nozioni, morbosamente ebbro della sua stessa retorica retorica – che era completamente scomparsa quando, un decennio dopo, l’ho visto in televisione ammutolito al Tribunale dell'Aia – ho pensato a questo episodio. Il pensiero è andato immediatamente a mio zio Ivan: ho unito due punti lontani nel tempo come se fossero nello stesso spazio e ho avuto la chiara sensazione che qualcosa non fosse giusto. 

La mia impressione che qualcosa non fosse giusto divenne ancora più forte quando le cose si fecere più chiare, come se la nebbia si fosse improvvisamente alzata. Dopo un soggiorno in ospedale, non ho lasciato il mio appartamento per un anno. Durante questo periodo diversi ex commilitoni vennero regolarmente  a venire a farmi visita, facendomi sapere che non dovevo preoccuparmi, e che avrebbero fatto tutto il possibile per farmi avere una pensione migliore. Ma non ero preoccupato, non volevo la pensione. Rivolevo solo la mia routine, la mia vita. 

Queste persone pensavano di farmi un favore, continuarono a parlare di come potevano aumentare la mia invalidità, come avrebbero raccontato che ero stato ferito in un'azione militare che aveva avuto luogo dopo che ero stato congedato dall'esercito, perché conoscevano le persone giuste, perché non si abbandona un amico. Pensavo che dovessero avere una grande stima di me: erano disposti a mentire solo per rendermi la vita più facile al mio ritorno dalla guerra. Più resistevo, più insistevano con veemenza, fino a quando la loro insistenza si trasformò in aggressione. La nebbia si è alzata anche dai miei occhi: non lo facevano per me, ma per loro stessi. 

Non avevo combattuto per un paese che non amavo, ma non amavo il paese per cui avevo combattuto.

Si era formato un nuovo gruppo di “richiedenti”, e le loro probabilità di successo dipendevano in larga parte dal loro numero. Pretendevano il privilegio …

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