derstandard1 Mjølnerparken remains a building site. Un cantiere nel quartiere di Mjølnerparken, a Copenaghen. l Foto: ©Der Standard

La resistenza di Mjølnerparken: il “ghetto” danese che resiste alla distruzione

Gli abitanti di Mjølnerparken, a Copenaghen, guardano con estremo scetticismo ai progetti di “riqualificazione” del proprio quartiere. Secondo chi ci vive, è stato proprio il discusso piano anti-ghetto del governo danese a creare quelle società parallele che ora si vorrebbe combattere.

Pubblicato il 24 Giugno 2026
derstandard1 Mjølnerparken remains a building site. Un cantiere nel quartiere di Mjølnerparken, a Copenaghen. l Foto: ©Der Standard

Da anni il complesso residenziale di Mjølnerparken, nella capitale danese, è un cantiere. In senso politico, prima ancora che letterale. 

Recinzioni, macchinari e operai scandiscono il paesaggio intorno ai condomini di Nørrebro, quartire oggi considerato alla moda. Nel 2018, proprio questo complesso di edilizia sociale era diventato il simbolo scelto dall’allora primo ministro, Lars Løkke Rasmussen, per presentare il suo “piano anti-ghetto”. 

L’obiettivo dichiarato era intervenire con fermezza contro le cosiddette “società parallele”: nelle parole di Løkke, la Danimarca aveva finalmente trovato uno strumento per affrontare il fallimento delle politiche di integrazione degli immigrati.

All’epoca, sulla base di criteri prestabiliti, le aree residenziali considerate a rischio vennero inserite in un elenco ufficiale. Il piano di Løkke prevedeva interventi mirati per trasformare queste zone e, nel lungo periodo, smantellare i “ghetti”. 

I parametri di riferimento spaziavano dal livello di istruzione al tasso di disoccupazione, fino ai precedenti penali dei residenti. Negli anni, tuttavia, le soglie di allerta sono state modificate, con il risultato che alcune zone sono rimaste nell’elenco nonostante il miglioramento delle condizioni iniziali. 

Il vero spartiacque, però, resta l'origine della popolazione residente: un'area riceve il “marchio” di ghetto solo se più del 50 per cento dei suoi abitanti è composto da immigrati o discendenti di persone provenienti da paesi “non occidentali”.

Un “ghetto” condannato fin dalla nascita

Mjølnerparken è, di fatto, “nato” dentro la lista dei ghetti, racconta Majken Felle, dell’ufficio del comitato dei residenti. Per ottenere la qualifica di “ghetto permanente”, una definizione che fa scattare misure drastiche, un’area residenziale deve rientrare nei parametri critici per diversi anni consecutivi. Eppure gli abitanti di questi palazzi di mattoni rossi e balconi bianchi si sono trovati fin dall’inizio a fare i conti con la prospettiva di vedere il proprio quartiere smantellato. 

Majken Felle l Photo: ©Der Standard
Majken Felle. l Foto: ©Der Standard

“La legge ha avuto un effetto retroattivo e ci ha colpiti immediatamente”, spiega la cinquantaduenne Felle. Mentre altre zone hanno avuto il tempo di migliorare le proprie statistiche per essere cancellate dalla lista, a Mjølnerparken è stato richiesto subito un piano di interventi concreti per ridurre la quota di edilizia sociale.

“A Bispeparken i volontari hanno bussato porta per porta per raccogliere i diplomi scolastici e le lauree degli abitanti ‘stranieri’, titoli che probabilmente non erano mai stati registrati nel sistema danese”, racconta Felle.

“Alla fine, grazie a questa mobilitazione, sono riusciti a modificare i dati sul livello di istruzione in modo da non soddisfare più quel criterio, evitando così di accumulare i punti necessari per restare nella lista nera. A Mjølnerparken non abbiamo mai avuto questa possibilità”, conclude Felle, da anni in prima linea contro i provvedimenti delle autorità.

Le pressioni degli enti di edilizia residenziale

Eppure, quando nel 2014 Felle si trasferì in quel complesso, lo fece di proposito, attratta dal forte senso di comunità che vi si respirava. Ancora oggi, l’insegnante ricorda con nostalgia la grande sala comune, un tempo utilizzata per feste e matrimoni. La gente chiacchierava nei parchi giochi e nei cortili interni; ci si conosceva tutti e la lingua comune era il danese.

Visto oggi, il vicino parco di Superkilen, pluripremiato per il suo design e concepito per celebrare, attraverso installazioni, le 62 diverse nazionalità dei residenti del quartiere, suona quasi come una beffa.

A causa della legge anti-ghetto, infatti, numerose famiglie sono state costrette ad abbandonare la zona: “Non conosciamo le cifre esatte, perché non sappiamo quante persone se ne siano andate spontaneamente alla ricerca di una sistemazione migliore, quante si siano trasferite in modo ‘semi-volontario’ perché la pressione era diventata insostenibile e quante invece siano state effettivamente allontanate da un decreto di sfratto per essere ricollocate altrove”, spiega Felle.

L’attivista ricorda le telefonate delle imprese edilizie alle famiglie che si erano opposte al provvedimento. Venivano messe sotto pressione affinché ritirassero il ricorso, “per evitare di ritrovarsi in mezzo alla strada”. 

The construction work has not yet been completed.
I lavori di costruzione non sono ancora terminati. l Foto: ©Der Standard

“Ma un'azione del genere sarebbe stata del tutto illegale”, denuncia Felle. “In quanto comitato dei residenti abbiamo cercato in ogni modo di assicurarci che ognuno conoscesse i propri diritti”. Il motivo di tanta fretta, l’obbligo di liberare gli appartamenti nel giro di appena due anni, resta un mistero.

Perfino il testo della legge, infatti, stabilisce che la riduzione degli alloggi di edilizia sociale possa essere completata entro il 2030. Ancora oggi, quindi, ci sarebbe stato tutto il tempo per pianificare gli interventi.

Un esperimento sociale alle soglie dell’illegalità

Due interi isolati, per un totale di 260 appartamenti, sono ormai andati perduti: sono stati venduti e oggi vengono affittati sul mercato privato. “I nuovi inquilini mostrano pochissimo interesse per la vita di comunità”, racconta Felle. 

Da un lato Felle si mostra comprensiva, consapevole che si tratta perlopiù di studenti o di famiglie in attesa di acquistare una casa di proprietà, una consuetudine molto diffusa nei paesi scandinavi, e che quindi non intendono fermarsi a lungo nel complesso.

The adjacent Superkilen Park is intended to be a monument to the diversity of people’s countries of origin.  l Photo: DER STANDARD
Il vicino parco Superkilen vuole essere un monumento alla diversità dei paesi di origine delle persone. l Foto: ©Der Standard

Dall'altro, però, non nasconde il dispiacere nel vedere che la coesione sociale si sta sgretolando e che gli inviti alle attività di quartiere cadono nel vuoto: “Si potrebbe quasi dire che ora esistono davvero delle società parallele”, osserva Felle con un sorriso amaro.

Nel frattempo, è emerso chiaramente come l'intero “esperimento” dei ghetti fosse, e sia, con ogni probabilità illegale. L’anno scorso la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che il criterio legato all'origine migratoria è discriminatorio su base razziale, rinviando il caso alla Corte d’appello danese. Felle, che figura tra i firmatari del ricorso presentato a Lussemburgo, è ora in attesa dell'udienza a Copenaghen.

Una sentenza definitiva potrebbe arrivare entro il prossimo anno, spiega Frederik Waage, professore di diritto presso l’Università della Danimarca meridionale (Sdu): “È molto probabile che una delle parti impugni la sentenza della Corte d’appello davanti alla Corte suprema”, osserva l’esperto, dicendosi comunque certo del fatto che “Il governo danese non potrà più mantenere la legge anti-ghetto così com’è”. Secondo Waage, la normativa finirà per sopravvivere sotto un'altra forma, ma depurata da qualsiasi criterio di stampo razzista.

Un futuro pieno di incognite 

Sisse Marie Welling, sindaca eletta lo scorso anno tra le file del Partito popolare socialista con una vittoria storica che ha strappato ai socialdemocratici una roccaforte centenaria, non ritiene che l’applicazione della legge sia di per sé problematica: “L’obiettivo non era semplicemente quello di rispettare i requisiti normativi, ma di innescare un reale cambiamento positivo nei quartieri interessati dal provvedimento”, ha dichiarato Welling in una nota inviata al Der Standard. A suo dire, in quelle aree, sono stati stanziati ingenti investimenti per l’infanzia e le scuole.

Felle, di contro, non vede alcun risvolto positivo. Apre la porta dell’ufficio che dà sul cortile interno e indica i cantieri: “I parchi giochi non sono ancora finiti e molti cortili restano chiusi”. Non esistono più spazi di incontro e socializzazione. Ma l’attivista non ha intenzione di arrendersi ed è determinata a portare avanti la battaglia legale insieme agli altri ricorrenti. 

Dopo la sentenza dei tribunali danesi, infatti, si aprirà una questione ancora più rilevante: cosa accadrà ai palazzi di Mjølnerparken già venduti, qualora i giudici dovessero dare ragione ai residenti? Se per il giurista Waage lo scenario resta incerto, per Felle non ci sono dubbi: “Dovranno restituirceli”. E in quel momento, lei vuole assistere in prima fila.

🤝 Questo articolo è stato realizzato nell'ambito del progetto PULSE. Ha collaborato Emma Louise Stenholm di Føljeton.
👉 L'articolo originale su Der Standard

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