Corsa al Castello

L’11 e 12 gennaio si tiene il primo turno delle prime elezioni presidenziali dirette ceche. La sfida per una carica il cui valore va ben al di là delle sue funzioni cerimoniali sarà determinante per il futuro del paese.

Pubblicato su 11 Gennaio 2013 alle 16:02

Come introduzione sottoponiamoci a un piccolo test. Quale responsabile politico ricordiamo meglio della prima repubblica, o dell’epoca buia del comunismo o dei primi anni novanta? Ai primi posti figurano quasi sempre Masaryk, Beneš, Gottwald, Husák e Havel: tutti presidenti. E questo nonostante il fatto che il sistema politico cecoslovacco e poi ceco non sia di tipo presidenziale (anche se i comunisti hanno creato un certo scompiglio in questo campo).
Il ruolo che i nostri capi di stato hanno avuto nel corso degli ultimi cento anni è stato molto più importante di quello che potevano pretendere in virtù della costituzione. Un fattore che non dovrebbero dimenticare coloro che attribuiscono un’importanza relativa all’elezione presidenziale.
La prima metà del ventesimo secolo è ricca di insegnamenti. La Cecoslovacchia era considerata la Repubblica di Masaryk [presidente dal 1918 al 1935] o di Beneš [1935-1948]. Ma in realtà non è appartenuta a nessuno. Masaryk e Beneš sono stati sotto molti punti di vista degli uomini eccezionali, ma la loro alta statura politica ha dato un’immagine dello stato che non corrisponde alla realtà. Questo purtroppo ha impedito la creazione di quelle solide – e fondamentali – istituzioni che avrebbero potuto sopravvivere ai loro fondatori. Perdendo Masaryk, la repubblica si è trovata improvvisamente in difficoltà, come se avesse perso il suo timone. Un timone ripreso da Edvard Beneš in un periodo però in cui non poteva più influire veramente sul destino del paese.
Per quanto riguarda invece la seconda metà del ventesimo secolo, è interessante considerare la situazione a partire dagli anni novanta, perché i presidenti comunisti sono sempre stati degli elementi del potere comunista e non dei rappresentanti del popolo. Ricordiamo però che per Klement Gottwald [1948-1953] era più importante essere presidente che primo ministro ed era perfettamente consapevole che l’opinione pubblica venera il capo dello stato.
Dopo il 1989 ci siamo ancora una volta avvicinati a un sistema semi-presidenziale. Vaclav Havel [1989-2003] godeva di una popolarità e di un potere così grande che quasi nulla, almeno all’inizio, sfuggiva alla sua influenza. Per fortuna la situazione ha rapidamente ritrovato un giusto equilibrio. E quando agli inizi degli anni novanta Havel ha cercato di assumere un ruolo più importante a scapito del parlamento, i suoi tentativi sono stati sempre respinti. La fortuna di Havel è stata quella di incontrare sulla sua strada Vaclav Klaus [2003-2013], un politico molto diverso da lui e con cui ha dovuto combattere per conservare il potere.
Di fatto Havel ha rapidamente accettato la sua sconfitta, perché nella Repubblica ceca a governare è il governo e non il presidente. Di conseguenza si è ritirato e ha assunto il ruolo che gli spettava. Dal punto di vista della tradizione costituzionale si è trattato di una buona cosa. Ma, cosa ancora più importante, Havel si è sforzato di desacralizzare lo status di presidente, ed è stato il primo capo di stato ceco che ha voluto veramente mettere fine alla tradizione monarchica. La migliore dimostrazione è [il monumentale documentario Občan Havel [Cittadino Havel], nel quale ha autorizzato i registi a utilizzare quei momenti di debolezza e di vanità che di solito non si ama confessare neanche a se stessi.
Al contrario di Havel, Klaus ha avuto lo svantaggio di non avere di fronte un avversario dotato di forte personalità. E nessuno ha mai cercato di rimetterlo nei limiti definiti dalla costituzione. Di conseguenza ha deciso le nomine e le dimissioni del governo, ha opposto il suo veto a un gran numero di leggi, ha ostacolato l’indipendenza della giustizia, ha influenzato profondamente la politica estera ceca e si è dato molto da fare per far cadere alcuni governi.

Occasione unica

Le prossime elezioni presidenziali ci diranno se vogliamo un presidente al di sopra del sistema o qualcuno che ne faccia parte. La storia ci dice che dovremmo scegliere una persona che rispetterà la separazione dei poteri, che saprà quale posto occupare nel sistema costituzionale e che non darà ai suoi concittadini l’impressione di essere un salvatore della patria o una sorta di autocrate.
Miloš Zeman [favorito nei sondaggi ed ex primo ministro] non sembra soddisfare nessuno di questi criteri. Sotto il suo governo [1998-2002], la corruzione era ancora più diffusa di oggi, inoltre ha cercato di limitare la concorrenza democratica ed è stato bloccato solo dalla Corte costituzionale. Alla sua epoca avevamo dei pessimi rapporti con i nostri vicini a causa della sua disinibita arroganza che aveva finito per offendere i tedeschi, gli austriaci e gli slovacchi. Con lui al potere i cechi si sono visti affibbiare l’etichetta di partner meno affidabili della Nato. E l’Ue aveva scritto nei suoi rapporti di valutazione [prima dell’adesione del paese nel 2004] che nella Repubblica Ceca c’erano delle pratiche incompatibili con la democrazia.
La prima elezione a suffragio universale diretto presenta molte candidature interessanti, addirittura troppe. Ma secondo noi solo due candidati soddisfano i criteri menzionati in precedenza: Zuzana Roithová e Karel Schwarzenberg. Ogni elettore ha certamente il suo candidato preferito, ma sarebbe un peccato non approfittare di questa occasione unica che ci è offerta per orientare meglio la politica ceca.

Ultime dalla campagna

La rimonta di Schwarzenberg

E se Karel Schwarzenberg fosse il “cavallo nero”, quello che nessuno considerava come favorito ma potrebbe alla fine uscire vincitore? Lidové Noviny constata che il ministro degli esteri ha beneficiato negli ultimi giorni di campagna elettorale di un’enorme ondata di popolarità. Il quotidiano ricorda che Schwarzenberg è 

l’unico dei nove candidati ad avere già una certa familiarità con il Castello di Praga, dove ha occupato la carica di cancelliere per l’ex presindente Václav Havel dopo la rivoluzione del 1989. Inoltre Schwarzenberg è l’unico ad aver saputo animare la campagna elettorale, e ha incassato l’applauso di un’intera piazza di Praga [in occasione di un raduno]. 
Schwarzenberg è sostenuto dalla maggior parte dei quotidiani e delle personalità mediatiche più influenti. “Ha la capacità di difendere gli interessi della Repubblica Ceca con chiarezza e dignità. Offre ai cechi una meravigliosa storia personale legata alla Cecoslovacchia e alla Repubblica Ceca”, spiega l’economista Jan Švejnar, ritiratosi dalla corsa presidenziale. 
Mentre la posizione di Schwarzenberg si rafforza sempre di più a Praga, i voti delle campagne dovrebbero favorire Miloš Zeman, nota Lidové noviny. L’ex premier Jan Fischer, criticato al termine della campagna per la sua adesione al Partito comunista fino al 1989, sembra invece perdere terreno e non è più sicuro di arrivare al secondo turno.

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