Dati alla mano Covid-19 e sud Europa

Cosa ci ha insegnato il Covid sui sistemi sanitari europei?

I sistemi sanitari nazionali europei erano preparati al Covid? Come hanno risposto? I Governi hanno mentito sui dati relativi al numero di letti in terapia intensiva? Il Mediterranean Institute for Investigative Reporting (MIIR, da Atene), ha raccolto dati e incrociato fonti per cercare di rispondere a queste domande, con un focus sulla Grecia.

Pubblicato il 15 Giugno 2021 alle 09:47

Ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le bugie sfacciate e le statistiche".

(Mark Twain)

Il 1° aprile 2021 la Grecia era il sesto paese in Europa per numero totale di morti confermate per Covid-19, con 783 morti per milione di abitanti dall’inizio della pandemia (fonte: ourworldindata.org). 

I luoghi più sicuri per sopravvivere al coronavirus nell’anno della pandemia in Europa sembrano essere stati ai due estremi: al nord  in Islanda, Norvegia, Finlandia, Danimarca (esclusa la Svezia, che ha seguito un modello diverso) e al sud Cipro e inizialmente la Grecia.  

Non si tratta di un’istantanea, ma piuttosto un quadro generale che si applica ai tassi medi di mortalità in tutte e tre le fasi della pandemia. In realtà la situazione è molto più complessa, poiché il fenomeno sta evolvendo in maniera dinamica. 

Il numero di morti per coronavirus pro capite in un paese è una funzione di variabili troppo difficili da definire e quantificare con precisione per tirare conclusioni sicure. Queste variabili includono la diffusione del virus, il grado di preparazione iniziale e il successivo rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali, le misure di risposta, la popolazione e i dati geografici (ad esempio la distribuzione della popolazione), le tendenze comportamentali e l’evoluzione del programma di vaccinazione.

Una panoramica dei decessi di Covid-19 non è sufficiente per trarre conclusioni definitive. Sono necessari altri indicatori epidemiologici. La “mortalità in eccesso”, cioè i decessi per tutte le cause nell’era del coronavirus che hanno superato la media su un periodo di riferimento di quattro anni (2016-2019), è salita alle stelle nella maggior parte dei paesi europei. In totale, a novembre 2020, nell’Ue sono stati registrati 450mila decessi in più rispetto allo stesso periodo di riferimento precedente (fonte: Eurostat).  

La piattaforma europea EUROMOMO, che monitora la mortalità nei 27 stati membri dell’Ue, ha registrato un aumento relativamente lieve della mortalità in eccesso in Grecia nelle ultime settimane.

Non tutti i paesi sono stati colpiti allo stesso modo dalle morti non dovute al Covid-19.  In Grecia nei primi dieci mesi del 2020 la mortalità in eccesso era vicina o inferiore alla media degli ultimi cinque anni. Ma la situazione ha cominciato a cambiare drasticamente a novembre e dicembre (quando la seconda ondata ha raggiunto il picco). Poi, nei primi due mesi del 2021, c’è stato un primo calo dei “decessi in eccesso” per tutte le cause.

In Grecia nel 2020 sono stati registrati 8.802 decessi in più rispetto al 2019. I decessi per Covid-19, invece, sono stati 4.881 (fonte: Autorità statistica ellenica). La differenza di 4.921 morti non è distribuita uniformemente nel corso dell’anno.

Sistema a una sola malattia

Questa differenza non è facile da attribuire a cause specifiche. Nonostante la ragionevole conclusione che possa essere legata a casi di Covid-19 non diagnosticati, la conversione forzata del sistema sanitario nazionale in un sistema incentrato su una sola malattia (il coronavirus) ha avuto un ruolo decisivo.

Per documentare la preparazione iniziale e la risposta del sistema sanitario nazionale greco di fronte alla pandemia, il MIIR  ha raccolto da varie fonti e analizzato i dati di un anno sul numero di morti per Covid-19, il numero di unità di terapia intensiva disponibili, il numero di intubati, il numero di morti e di casi tra il personale infermieristico.

Le morti degli “eroi in camice bianco”

Quando gli operatori sanitari si ammalano durante un’epidemia, il numero complessivo di casi e i tassi di mortalità possono aumentare significativamente, secondo una ricerca dell’Università della Pennsylvania.

I ricercatori hanno studiato l’impatto diretto della morte degli operatori sanitari. Hanno calcolato che una riduzione della qualità delle cure in un’epidemia porta potenzialmente fino a un aumento del 15 per cento dei casi e ad un aumento fino al 1.716 per cento (!) dei decessi. 

Durante la prima ondata della pandemia, secondo un altro studio globale pubblicato su BMJ Global Health, l’Europa ha avuto il maggior numero di casi confermati (119.628) e il maggior numero di morti (712) tra gli operatori sanitari. L’area del Mediterraneo orientale nella prima ondata ha registrato il più alto numero di morti di operatori sanitari per 100 infezioni a livello globale (5,7). In Grecia, l’organismo competente, l'Organizzazione nazionale di sanità pubblica (EODY), non fornisce dati dettagliati sui decessi e le infezioni di medici e infermieri.

“Non poter respirare è una tortura immensa. Non permettete che succeda a nessuno. Affronto la morte in ogni momento. Non chiamatemi. Dite una preghiera”, ha scritto un infermiere di 53 anni dall’interno di un ospedale a inizio dicembre. Era stato diagnosticato positivo il 24 novembre. È stato ricoverato per una settimana nell’ospedale di Drama dove lavorava.  Per liberare l’ospedale dai casi di coronavirus è stato trasferito all’ospedale Serres. È stato ricoverato lì per molti giorni e intubato in un’unità di terapia intensiva. Il 9 gennaio 2021 è morto. Era allora la ventesima morte di un operatore sanitario in Grecia. 

Alla fine di marzo, 26 operatori sanitari sono morti in Grecia, 25 dei quali nella seconda e terza ondata della pandemia. La loro età mediana era di 48 anni, mentre l’età mediana delle morti da Covid-19 nel resto della popolazione è di 68 anni. 

Il bilancio totale della pandemia dopo un anno nel Sistema sanitario naznale greco è di più di 4mila casi e 26 morti. Alla fine di aprile 700 medici e infermieri erano malati e 50 di loro erano ricoverati in ospedale. I lavoratori protestano regolarmente per la necessità di assumere medici e soprattutto infermieri. Altre richieste includono la durata dell’occupazione per i lavoratori a contratto e il rafforzamento dell’assistenza sanitaria di base in termini di personale, infrastrutture e attrezzature.

Morti e terapia intensiva

Il numero di unità di terapia intensiva polivalente disponibili per i pazienti affetti da Covid-19 è uno degli indicatori cruciali che determinano la resilienza dei sistemi sanitari. Dati affidabili, trasparenti e aggiornati sul numero di unità di terapia intensiva nel periodo della pandemia non esistono in molti paesi europei. Isolando altri parametri altrimenti importanti (carica virale, misure di risposta, numero di lavoratori, stato di vaccinazione, ecc.) abbiamo incrociato il numero di morti confermate di Covid-19 pro capite con il numero di letti di terapia intensiva polivalente pro capite all’inizio della pandemia per un determinato numero di paesi (fonte: OECD, Eurostat). 

Prima della pandemia la Germania era il paese in Europa con il più alto rapporto di unità di terapia intensiva pro capite (che rimane tale). Al contrario, la Grecia ha avuto generalmente uno dei rapporti più bassi di unità di terapia intensiva e infermieri. Tuttavia, nella prima ondata della pandemia, la debolezza del sistema greco non ha portato al collasso. 

Il sistema ha retto, soprattutto grazie alla ridotta circolazione del virus, alle misure tempestive e al rispetto delle regole da parte dei cittadini. La situazione è cambiata radicalmente nel 2021 e di conseguenza, a metà marzo non c’erano più unità di terapia intensiva disponibili, mentre gli ospedali avevano liste di pazienti in attesa di essere ammessi.

L’elaborazione dei dati mostra che non sembra esserci una relazione causale tra i decessi e le unità di terapia intensiva disponibili. Tuttavia, il grafico mostra che i paesi con una minore proporzione di unità di terapia intensiva disponibili (Italia, Spagna, Paesi Bassi, Grecia) sono più sotto pressione e alcuni hanno registrato morti sproporzionate (Italia). L’interpretazione del fenomeno è più complessa, poiché in diverse regioni (come nel Nord Italia, ad esempio) il sistema è collassato. Ciò è dovuto in parte all’aumento della circolazione dei virus, che a sua volta influisce rispettivamente sui ricoveri, sulle intubazioni e di conseguenza sui decessi. Un’altra eccezione è rappresentata dai paesi del nord (tranne la Svezia). Indicativo della complessità del problema è il fatto che sebbene l’Ungheria e la Svizzera avessero una capacità di terapia intensiva più o meno simile, l’Ungheria ha registrato quasi il doppio dei decessi. 

Secondo un’indagine dell’indipendente Health Foundation con sede nel Regno Unito, nei primi sei mesi della pandemia i paesi con un più alto rapporto di letti di terapia intensiva e chirurghi pro capite hanno effettivamente registrato meno morti per Covid-19.  Tuttavia, i ricercatori sottolineano che è improbabile che le peculiarità dei sistemi sanitari siano l’unico determinante delle differenze di morti in tutto il mondo. Le ricerche, inoltre, anche trovato qualcosa di rilevante: i paesi con maggiore capacità di posti letto hanno deciso di imporre misure sanitarie (lockdown) prima di quelli con capacità inferiore: ciò è interessante in termini sociali ed economici, ma anche in termini di questioni di sanità secondaria. Ma non è il caso della Grecia.

Un’altra indagine globale condotta in 183 paesi, basata su dati affidabili dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), della Banca Mondiale e di altre organizzazioni nazionali ufficiali sulla disponibilità di unità di terapia intensiva e di letti d’ospedale in ogni paese, ha mostrato che esiste effettivamente una certa correlazione tra i letti di terapia intensiva pro capite e i decessi per coronavirus. Vi era un paradosso a livello globale: i paesi con un Pil molto più basso e capacità in unità di terapia intensiva e letti avevano un tasso di mortalità inferiore. L’interpretazione di questo fenomeno contraddittorio, secondo i ricercatori, era che le aree ad alta densità di popolazione hanno probabilmente un maggior numero di letti di terapia intensiva per soddisfare le esigenze della popolazione.

Tuttavia, lo stesso studio mostra che non vi è alcuna correlazione significativa tra il numero pro-capite di letti d’ospedale o il numero di unità di terapia intensiva e le morti da Covid-19. Questo, sottolineano i ricercatori, suggerisce che ci sono altri fattori che influenzano la mortalità da coronavirus, come il materiale disponibile (ad esempio, i ventilatori) e il numero di personale infermieristico. Inoltre, una relativa carenza di materiale protettivo può esacerbare gli effetti di una carenza di personale sanitario e può avere un impatto drammatico sulla sopravvivenza dei pazienti affetti da Covid-19.

I lockdown si sono dimostrati utili per ridurre la diffusione del virus in Grecia, soprattutto durante la prima ondata. Tuttavia, durante la terza ondata della pandemia, dopo 5 mesi di misure restrittive tra cui le chiusure di febbraio e marzo 2021, la pandemia ha raggiunto il suo stadio peggiore all’inizio di aprile. Mentre si prepara ad aprire l’economia e il turismo, la Grecia non assomiglia affatto al paese di un anno fa, con un numero record di casi, intubazioni e morti.

Grecia: Blackout informativo

Il 19 novembre 2020 il MIIR ha presentato richieste formali di documenti al Ministero della Salute, all’Organizzazione Nazionale della Sanità Pubblica, al Viceministro della Protezione Civile e alla Segreteria Generale della Protezione Civile.  Abbiamo chiesto, tra le altre cose, di ricevere dati dettagliati sul numero totale di unità di terapia intensiva disponibili nel Ssn in tutto il paese dall’inizio della pandemia. Abbiamo inviato una nuova richiesta scritta il 9 dicembre.

Il 12 dicembre 2020 abbiamo contattato telefonicamente l’EODY. Ci hanno assicurato verbalmente che avremmo ricevuto una risposta scritta entro il mese successivo. Dopo due mesi e dopo il rifiuto implicito della nostra richiesta, abbiamo fatto una terza richiesta scritta agli organi competenti. Nessuna risposta è stata data.

Per più di un anno non è stato pubblicato ufficialmente sul sito web dell’EODY il numero di letti in terapia intensiva disponibili. Viene annunciato solo il tasso di copertura delle terapie intensive esistenti dedicate al Covid-19, senza specificare il totale disponibile. Tutti i dati ottenuti dai sondaggi dei media e dai singoli cittadini sono secondari. Il governo, sebbene annunci regolarmente il presunto aumento dei letti di terapia intensiva disponibili, confonde costantemente i letti di terapia intensiva generale con quelli destinati al Covid-19. 

Cosa sta succedendo esattamente?

Le terapie intensive reali e i decessi

Il 14 settembre 2020, secondo POEDIN, i letti di terapia intensiva negli ospedali greci ammontavano a 930. Di questi, 701 erano disponibili per pazienti con malattie diverse dal Covid-19 e 229 erano disponibili esclusivamente per il trattamento di pazienti affetti da Covid-19.

“Attualmente abbiamo 1.305 letti di terapia intensiva nel paese, 748 letti Covid-19 e 557 letti non Covid-19, e continuiamo ad avere sempre nuovi letti. Abbiamo ricevuto 557 unità di terapia intensiva nel 2019”, ha detto il Ministro della salute Kikilias il 7 dicembre. Ma la realtà è diversa. Secondo le informazioni del MIIR, e come confermato dal governo e dall’opposizione, il governo ha ricevuto 568 letti di terapia intensiva nel 2019. Ma ha anche ricevuto 510 letti in terapia intensiva specialistica (180 nel SSN coinvolgono unità di ustioni, unità di chirurgia cardiaca e coronarica, unità di chirurgia plastica; 260 erano in cliniche private e 70 in ospedali militari). Non viene menzionato il numero di unità di terapia intensiva specialistica rilevate dal governo, che sostiene di aver aumentato il numero di unità di terapia intensiva disponibili a 1.400.

“È una menzogna quello che il governo dice su 1.300 e 1.400 unità di terapia intensiva in Grecia. Questo numero non esiste. Le unità polivalenti disponibili nel sistema sanitario erano circa 650 nella seconda ondata della pandemia. In base ai dati che raccogliamo, più dell’80 per cento dei decessi da Covid-19 sono avvenuti al di fuori della terapia intensiva”, dice al MIIR Michalis Giannakos, presidente della Federazione panellenica dei dipendenti degli ospedali pubblici (POEDIN).

“I dati primari con cui possiamo valutare il lavoro dello Stato e del comitato scientifico mancano. Anzi, sono accuratamente nascosti. Quanti pazienti non trovano letti? Quanti muoiono fuori dalla terapia intensiva? I pazienti vengono sottoposti a screening? Chi è stato vaccinato in via prioritaria? Le risposte a queste domande sono i criteri per i cittadini per valutare se lo Stato ha fatto bene il suo lavoro. Questi dati esistono. Solo che non sono resi pubblici”, spiega Vassilis Tsaousidis, professore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica all’Università Democrito di Tracia. “In ogni caso, se il tasso di recupero (di quelli dimessi) nelle terapie intensive è tra il 35-50 per cento, allora il tasso di morti fuori dalle terapie intensive, finora, varia tra il 61-79 per cento”, afferma il professore.

CONCLUSIONE

Per gli standard europei la Grecia ha ancora un tasso di mortalità pro-capite relativamente basso. Ma è stata duramente colpita nella seconda e terza ondata e i dati sono cambiati drasticamente nelle ultime settimane. Il servizio sanitario nazionale in Grecia è debole rispetto alla maggior parte dei paesi europei, avendo un numero molto basso di infermieri pro capite e uno dei più bassi rapporti di terapia intensiva pro capite in Europa dall’inizio della pandemia. È ancora il caso un anno dopo, nonostante gli sforzi del governo per confondere le acque.

Dato quanto sopra, la Grecia aveva una bassa capacità prima del collasso del sistema sanitario, che l’ha portata ad adottare un lockdown prolungato di cinque mesi che non ha funzionato. Il paese si sta aprendo all’economia e al turismo con i dati epidemiologici in rosso. Con più unità di terapia intensiva, medici e personale infermieristico, il paese sarebbe stato in grado di schermarsi meglio senza dover chiudere per così tanti mesi. Il paese rischia una nuova crisi economica dopo il doloroso decennio del Memorandum (accordo con l’Ue, ndr).

Il numero di pazienti nelle unità di terapia intensiva Covid-19 e il tasso di recupero, sono stati nascosti. Non è quindi possibile calcolare con precisione il numero di coloro che sono morti fuori dalle terapie intensive. Questo fatto da solo giustifica una protesta pubblica.


Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.


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