Dove va l’Unione europea?

Come confermato dalla bassa affluenza in occasione delle ultime elezioni europee, l’Europa non riesce a sedurre i suoi abitanti. Quali sono le ragioni di questa disaffezione? Come ravvivare l’interesse dei cittadini e dare un futuro al suo progetto? Dobbiamo proseguire nell’allargamento o rendere più profondi i legami già esistenti? Intellettuali e politologi europei dicono la loro.

Pubblicato su 3 Luglio 2009 alle 16:20

Come riconquistare l’Europa? È la domanda posta dal quotidiano Libération a Jacques Delors e Marcel Gauchet. In un’intervista incrociata, l’ex presidente della Commissione europea e lo storico e filosofo francese tracciano un quadro amaro sulla situazione dell’Europa e il disinteresse che essa suscita.

“Il pericolo sarebbe voler riconquistare un’Europa che per sua natura non si lascia conquistare”, avverte Marcel Gauchet. A suo avviso, bisognerebbe più modestamente ridare un senso a un progetto elaborato in condizioni che sono del tutto mutate. Oggi il problema che si pone è innanzitutto quello del posto dell’Europa nel mondo. Per la sua apertura, l’Europa subisce con più forza lo choc della globalizzazione.

“La globalizzazione ha spinto le potenze più importanti d’Europa a continuare a ragionare in termini di potenze classiche”, osserva con rammarico Jacques Delors. Soprattutto nei momenti di crisi, sono i riflessi nazionali a prevalere: Germania, Francia e Gran Bretagna tessono soluzioni senza tener conto del vicino. Da parte sua Gauchet si domanda “come inserire l’Europa nella globalizzazione”. Se il rapporto degli Stati Uniti con il mondo è tinto fortemente di etnocentrismo (quello che va bene per loro va bene per il resto del mondo), gli europei hanno una maggiore “pratica del mondo” che gli dà “una carta intellettuale da giocare nell’organizzazione del policentrismo a venire”. Ma per Delors questa carta potrà essere giocata solo se l’Ue diventerà più federale e faciliterà il processo decisionale. Allo stesso tempo, sottolinea ancora Gauchet, l’Europa deve reinventare la sua originalità storica, quella di una “società di cittadinanza coltivata”.

Il problema del posto dell’Unione europea nel mondo di oggi pone un’altra questione: quella dell’allargamento. Bisogna integrare nuovi paesi o impegnarsi a rafforzare l’Europa com’è oggi? In un testo pubblicato dalla “fondazione progressista” francese [Terra Nova](http:// http//www.tnova.fr/index.php?option=com_content&view=article&id=790&Itemid=13) e ripreso dal quotidiano ceco Lidové Noviny, Michel Rocard difende l’idea secondo cui l’Ue, attraverso il processo di allargamento, abbia la vocazione di “contribuire a ravvicinare i popoli”. L’ex primo ministro francese vede nell’ingresso della Turchia una tappa determinante, “l’esempio del dialogo pacifico tra la civiltà giudaico-cristiana e l’islam”. Per questo, a suo modo di vedere, “l’essenziale non è tanto una perpetuazione di una identità territoriale europea entro i suoi confini d’origine quanto la sua estensione geografica”.

Rispondendo su Lidové Noviny, il politologo ceco Petr Robejšek critica questa visione poetica dell’allargamento europeo, all’insegna di quello che definisce un “amatevi gli uni gli altri e allargatevi”. A suo avviso, “l’idea di un’Unione europea missionaria” è senza senso. Vent’anni dopo l’apparizione della tesi di Francis Fukuyama, oggi invalidata, secondo cui la democrazia si sarebbe inevitabilmente estesa nel mondo, l’idea di Europa sviluppata da Rocard non è ragionevole. Il politologo ceco si stupisce che egli non prenda in considerazione il rischio che corre l’Unione europea, con questa politica di allargamento, di “una dissoluzione dei suoi contorni e un indebolimento della sua coesione”. La crisi finanziaria ha portato alla luce le difficoltà dell’Ue. “Al posto del libero mercato regna il protezionismo, al posto dell’euro stabile il deficit”, constata Robejšek, secondo il quale l’Unione europea “ha superato il ‘Rubicone’ di una dimensione ingestibile”. “L’idea di una Europa dove il sole non tramonta mai sa di vuoto”, conclude.

Basta con una visione poetica, anche se viene da un uomo di lettere. “Niente di meglio di un poeta irlandese per ricordarci la grandezza fondamentale di questo progetto che chiamiamo Unione europea”, esulta sul Guardian il giornalista e storico Timothy Garton Ash. A ottobre gli irlandesi si pronunceranno di nuovo sul Trattato di Lisbona e, in occasione del lancio della campagna “Irlanda per l’Europa” a favore della ratifica, il premio Nobel per la letteratura Seamus Heaney ha voluto dire la sua, declamando: “Rimuoviamo le labbra, gli spiriti, che nuovi significati ardono”. “Non è questo il tipo di linguaggio che uno associa a un dibattito sull’Europa”, sospira Garton Ash. Da parte loro i giovani militanti di Generation Yes proclamano che “l’Ue è il nostro riparo contro la tempesta”. La bellezza dell’Europa, dice entusiasta Garton Ash, è che “i giovani irlandesi, britannici e polacchi lavorano e vivono insieme su uno stesso piano di uguaglianza, e ritengono che questo sia assolutamente normale”. Dal futuro dell’Europa dipende anche quello dell’Iran, si spinge infine a dire lo storico, perché Lisbona crea “il meccanismo istituzionale per una politica estera europea meglio coordinata e più efficace”.

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