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L’italiana Eni e la francese TotalEnergies (come molti altri produttori europei di biocarburanti) hanno finora spacciato per “ecologico” il diesel prodotto con olio di palma potenzialmente prodotto in zone deforestate, pur se certificato a norma di legge. L’olio di palma fa parte delle sostanze al centro del disegno di regolamento dell’Unione europea sulla messa al bando dei prodotti ricavati da terreni disboscati in corso di discussione.
I due colossi energetici che controllano una bella fetta delle stazioni di servizio in Europa e in Italia (nel trio di testa dei produttori europei di biodiesel insieme a Germania e Spagna). Tecnicamente, il biodiesel venduto dalle due aziende rispetta il sistema di certificazione dell’Unione europea. Sin dal 2009 la normativa Ue impone agli stati membri di sostituire i carburanti fossili con una quota crescente di eco-combustibile per contrastare il riscaldamento globale (il 14 per cento per i trasporti entro il 2030).
Ma questo stesso meccanismo offre scappatoie legali che hanno consentito agli operatori di continuare ad importare olio di palma senza garantire un’effettiva sostenibilità ambientale e climatica.
Perso un terzo delle foreste
In questo modo l’Ue ha però finito per incentivare la domanda di olio di palma per produrre biodiesel e quindi la conversione delle giungle tropicali in piantagioni di palme da olio, contribuendo al rilascio di CO2. Per via dell’olio di palma negli ultimi venti anni è andato perso circa un terzo delle foreste in Indonesia, paese da cui proviene quasi il 50 per cento del fabbisogno europeo di olio di palma.
Per rimediare a questo disastroso effetto boomerang, nel 2018 l’Ue ha deciso di depennare l’olio di palma dal novero delle fonti di energia rinnovabile, ma questo solo a partire dal 2023 e, per di più, ritardandone fino al 2030 l’eliminazione definitiva. Fino ad allora l’olio di palma potrà ancora essere certificato come sostenibile a patto che non provenga da aree disboscate dopo il 2008.
Eni e TotalEnergies hanno annunciato di non utilizzarne più sin dall’autunno 2022. Negli ultimi quattro anni hanno tuttavia continuato a importarlo (oltre 1 milione di tonnellate per la sola Eni), certificandolo in base al cosiddetto “bilancio di massa” (1). Si tratta di un metodo di contabilizzazione che l’Ue ha ufficialmente riconosciuto per facilitare gli operatori, ma che contraddice il principio stesso di sostenibilità. Questo sistema, se è apprezzato dai produttori per la sua efficienza poiché semplifica la gestione lungo tutte le tappe della produzione, non consente lo stesso livello di tracciabilità del sistema detto segregato, dove le materie prime sono fisicamente separate durante tutto il processo di produzione e trasporto. Per questo motivo, molte organizzazioni ambientaliste lo giudicano un’eco-farsa.
Per svelarla, abbiamo seguito a ritroso nell’intera filiera di approvvigionamento: dalle bioraffinerie dove Eni e TotalEnergies trasformano l’olio di palma in biodiesel, rispettivamente a Gela e Porto Marghera in Italia e La Mede in Francia, fino alle piantagioni dove vengono raccolti i frutti di palma da cui viene estratto l’olio. Le due società ne importano significativi volumi dalla comune raffineria indonesiana Sari Dumai Sejati, sull’isola di Sumatra, che appartiene al Gruppo Apical, uno dei leader mondiali nel settore.

Eni si approvvigiona, inoltre, dalle raffinerie di almeno altri quattro produttori operanti nel paese asiatico. Le raffinerie locali lavorano l’olio grezzo che viene loro fornito da svariati centri di spremitura, i cosiddetti mulini, dove vengono macerati i frutti. La raffineria riceve dai mulini sia lotti di olio certificati, ossia derivanti da piantagioni verificate, sia lotti di dubbia provenienza, ricavati cioè da piantagioni sorte su terreni disboscati, anche dopo il 2008.
Negli stessi serbatoi
Nei mulini i lotti sono separati solo sulla carta. Nella pratica vengono riversati tutti nei medesimi serbatoi, che vengono poi consegnati alla raffineria. Il carico d’olio che da Sari Dumai Sejati arriva fisicamente, su navi cargo, a Eni e TotalEnergies mescola quindi la porzione certificata con quella che non lo è (imputabile quindi a probabili attività deforestazione).
Lo stesso vale per l’olio che l’Eni acquista dalle altre raffinerie indonesiane. Questo pasticcio è però irrilevante secondo il criterio del bilancio di massa. Secondo questo criterio infatti, l’importante è che la raffineria spedisca al suo acquirente europeo una quota di olio corrispondente matematicamente al totale dei quantitativi certificati che essa acquisisce a sua volta dai singoli mulini.
Se quindi ad esempio la raffineria importa da un primo mulino 3 tonnellate di olio certificato sostenibile, da un secondo mulino du tonnellate di olio certificato sostenibile e da un terzo mulino 5 tonnellate di olio non certificato sostenibile, produce 10 tonnellate in tutto. Se da quella raffineria una ditta europea importa 5 tonnellate di olio, potrà sostenere che, in base al principio del bilancio di massa, ci sono almeno 2,5 tonnellate di olio certificato sostenibile, mentre in realtà quelle 5 tonnellate potrebbero non contenerne neanche una goccia.
Per Eni e TotalEnergies è sufficiente dimostrare questa equazione per farsi rilasciare il bollino verde dagli enti nazionali di certificazione (Rina per Eni). Poco importa che il loro biodiesel contenga, nei fatti, anche olio di palma legato alla deforestazione.
Lo stesso International Sustainability and Carbon Certification (Iscc), l’organismo che ha elaborato e che gestisce il sistema di certificazione europea, nega che la convalida degli enti nazionali di certificazione equivalga a una reale sostenibilità dell’olio. Secondo l’Iscc, infatti, si suggerisce in questo modo “che il prodotto conterrebbe un’origine fisica sostenibile”, ossia olio di palma esclusivamente prodotto con frutti raccolti in aree che non sono affatto state oggetto di deforestazione. Già nel 2020, l’Autorità italiana garante per i consumatori e il mercato aveva sanzionato Eni con una multa da 5 milioni di euro per pubblicità ingannevole, costringendola a interrompere la pubblicità sul suo “Green Diesel”.
Olio non certificato
Abbiamo anche scoperto che le importazioni dichiarate da Eni e TotalEnergies agli enti certificatori corrispondono alla somma dei quantitativi prodotti da un’esigua frazione delle centinaia di mulini che riforniscono l’impianto Sari Dumai Sejati. La maggior parte di questi mulini non dispone di olio certificato, ossia riconducibile a piantagioni verificate.

Per averne conferma ci è bastato incrociare i nomi dei pochi mulini indicati da Eni e TotalEnergies con gli elenchi integrali sul sito web di Apical e i registri delle certificazioni dell’Iscc. La valutazione di sostenibilità del biodiesel delle due aziende non tiene quindi conto dell’intero flusso di olio che viene convogliato a Sari Dumai Sejati dai mulini collegati a piantagioni non soggette ad alcun tipo di controllo.
Un’indagine condotta dalla sezione francese di Greenpeace, pubblicata nel febbraio del 2021, ha stimato che l’olio senza certificazione prodotto da tutti i mulini che versano a Sari Dumai Sejati avrebbe causato, a partire dal 2008, la perdita di quasi 3.200 ettari di foreste, torbiere e arbusti. Una devastazione dalla quale si sarebbero sprigionate oltre 1,2 milione di tonnellate di CO2. C’è da chiedersi se, includendo questo dato, il biodiesel delle due aziende avrebbe comunque raggiunto il risparmio minimo di CO2 del 50 per cento rispetto al consumo equivalente di carburante fossile, prescritto dalle regole comunitarie.
Da noi interpellata, l’Eni si è limitata a reiterare che “il sistema di certificazione vigente assicura che il quantitativo di olio prodotto a fronte della domanda” dell’azienda “è interamente certificato”, senza tuttavia smentire che per quantitativo si intende quello formalmente calcolato col bilancio di messa e non quello fisicamente consegnato all'azienda. Un sistema basato sulla tracciabilità e la separazione dei flussi di frutti delle palme da olio sin dalle prime fasi della produzione consentirebbe di garantire un biodisel davvero "verde", per così dire.
1) Il bilancio di massa consiste nel mescolare prodotti da energie fossili e da energie rinnovabili, ma tenendo traccia delle loro quantità e assegnandole a prodotti specifici.
Questo articolo è stato realizzato nell´ambito dell´inchiesta “The EU Green Fuel Fuels Deforestation” in collaborazione con Gian-Paolo Accardo, col sostegno di Journalismfund, del Pulitzer Center e di Collaborative and Investigative Journalism Initiative (CIJI).
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