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Il Covid-19 ribalta le alleanze politiche a Belfast

Sebbene a Belfast l’esperienza del virus sia stata molto più simile a quella della Repubblica d’Irlanda che a quella dell’Inghilterra o di Londra, i cittadini hanno dovuto seguire le regole del Regno Unito. Secondo la scrittrice Jan Carson al ritorno alla normalità l’esperienza avrà un impatto elettorale.

Pubblicato su 2 Giugno 2020 alle 17:54

Ho ricevuto una mail da un’amica che abita sul continente. Era contenta che in Irlanda il lockdown fosse finito. Ho dovuto spiegare, ancora una volta,  non sono irlandese: “È complicato,” ho scritto. Questa espressione per un un irlandese del nord significa “siediti, ci vorrà del tempo perché te lo spieghi.”

Sebbene Belfast, dove ho vissuto vent’anni, si trovi in Irlanda del Nord, che è sull’isola dell’Irlanda oltre un confine, al momento virtuale, con la Repubblica d’Irlanda; sebbene io abbia un passaporto irlandese, anche se ne ho un altro, molto più malconcio, inglese; sebbene il mio editore sia irlandese e sì, ora che ne parliamo, il mio ultimo romanzo ha vinto il premio europeo per la letteratura per l’Irlanda, tecnicamente non sono irlandese. Oppure sì? A Belfast dipende dalla persona a cui si pone la domanda e dal giorno in cui gliela si pone. 

Durante la crisi del Covid-19, molti abitanti dell’Irlanda del Nord avrebbero voluto essere irlandesi. Questo desiderio è palese per chi abita nella parte orientale di Belfast, una zona a maggioranza protestante, storicamente unionista. Mentre la gestione da parte del governo britannico è apparsa come un un fronte confuso e spesso diviso – incapacità di mettersi d’accordo sulla chiusura/riapertura delle scuole, mala gestione delle risorse sanitarie e delle conseguenze economiche della crisi – a Dublino, il primo ministro, Leo Varadkar, guidava il suo paese attraverso la pandemia con saggezza, compassione e, elemento forse più significativo, un discreto successo. Nel Nord potevamo soltanto esserne invidiosi. A volte Belfast si è sentita più vicina a Dublino che a Londra, e non solo dal punto di vista geografico.

Nonostante il dibattito sulle statistiche, il Regno Unito è stato colpito molto duramente dalla pandemia. In confronto ad altre nazioni con caratteristiche simili, il numero di morti e il tasso d’infezione è stato catastroficamente alto. Tuttavia, mentre l’Irlanda del Nord fa ancora parte del Regno Unito, la nostra esperienza con il Covid-19 si è rivelata più vicina a quella della Repubblica d’Irlanda che agli altri stati membri dell’Unione europea. Il sentimento generale era, come altrove, tetro, ma l’atmosfera relativamente tranquilla: l’impatto del virus, nonostante la tragicità degli eventi, è stato meno devastante di quanto inizialmente previsto. 

Ho sempre sentito la mia identità inglese, almeno fino a tempi recenti: ma essere a Belfast e guardare servizi del telegiornale da Downing Street, è diventato un’esperienza sempre più alienante.

Nutro dei dubbi sulla leadership di Boris Johnson, non soltanto per il modo in cui ha gestito la pandemia e la sua testarda insistenza sull’immunità di gregge, la sua incapacità di fornire un numero sufficiente di materiale di protezione o, semplicemente, nel riconoscere l’aumento del numero di morti. A questo si aggiunge il sospetto che il  governo tory in carica (e probabilmente molti tra i suoi predecessori), non capisca né si interessi all’Irlanda del Nord. 

Non è un sentimento nuovo. La mia fiducia nei confronti del governo britannico andava scemando già prima del Coronavirus. Qualche mese fa, Johnson ha licenziato il segretario di stato dell’Irlanda del Nord, Julian Smith. Il breve mandato di Smith ha visto il parlamento regionale riunirsi dopo tre anni che era fermo. Smith era rispettato dall’intera comunità, cosa non da poco a Belfast, e sembrava sinceramente capire il posto. Il suo licenziamento mi ha colpita: mi è sembrata una mossa senza logica e senza considerazione dell’interesse de paese. Prima ancora l’Irlanda del Nord ha dovuto sopportare la cattiva gestione di Theresa May della posta in gioco nei negoziati sulla Brexit e, ovviamente, la gestione della stessa uscita del Regno Unito dall’Ue. Mentre il resto del Regno Unito realizzava lentamente che il referendum sull’Ue di David Cameron avrebbe avuto delle enormi conseguenze per l’Irlanda del Nord, con il suo confine fisico con l’Unione e l’eredità delle tensioni tra unionisti e repubblicani, molti degli abitanti del Nord si sono sentiti, ancora una volta, incompresi, trascurati e ignorati.

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Nello stesso periodo, stavo seriamente considerando la mia identità irlandese: secondo i termini dell’accordo di pace del Venerdì santo del 1998 posso richiedere la nazionalità della Repubblica. La mia identità ha sempre avuto un legame importante con il luogo in cui sono vissuta, e la comunità di scrittori irlandesi si è mostrata così calorosa, accogliente e mi ha ispirato al punto che, già da anni, ho smesso di considerarmi  una scrittrice britannica. 

Inoltre, l’Irlanda non è mai stata più aperta e liberale:  i referendum sul matrimonio tra persone dello stesso sesso (2015) e sulla legalizzazione dell’aborto (2018) nella Repubblica hanno fatto sì che anche il Nord adattasse la sua legislazione. Il fatto che il mio passaporto irlandese mi garantisca la cittadinanza europea ha influenzato le mie riflessioni . La leadership serena e trasparente che ho visto da parte di Varadkar e del presidente Michael Higgins non ha fatto che aggravare il mio dilemma. Se un referendum sui confini fosse istituito domani, esiterei a lungo su un’eventuale appartenenza dell’Irlanda del Nord al Regno Unito. 

Sondaggi recenti suggeriscono che non sono la sola a pensarla così. È significativo che durante la crisi del coronavirus la first minister dell’Irlanda del Nord, Arlene Foster, e il parlamento della regione, a Stormont, si siano schierati con la Scozia e il Galles contro la decisione di Londra di allentare le misure restrittive. Le fratture interne nel Regno Unito non sono mai state più profonde.

Tuttavia, non è il momento di un referendum sui confini o di una qualsiasi decisione radicale. I cittadini dell’Irlanda del Nord sono impegnati a lavorare insieme, superando divisioni culturali e politiche per sopravvivere alla crisi. Abbiamo visto i lealisti di Portadown aderire pacificamente alla cancellazione del tradizionale falò celebrativo protestante dell’11 luglio e utilizzare la legna per costruire sculture giganti in onore del servizio sanitario nazionale. In una parrocchia vicino a Derry, cattolici e protestanti hanno unito le risorse per offrire assistenza a coloro che si trovavano in difficoltà a causa del Covid-19. La mia attività sociale con le anziane dei quartieri di Falls and Shankill Roads, una zona di Belfast tristemente nota per la sua faziosità, ancora separata da un Muro della Pace, si è spostata online, ma continua a promuovere l’unità attraverso i racconti. In qualche modo, la pandemia ha avvicinato le nostre comunità.

I politici locali si sono anche mostrati ragionevolmente uniti nella loro risposta alla crisi. Vedere i membri dell’assemblea dell’Irlanda del Nord superare le loro differenze politiche e lavorare per il bene superiore scalda il cuore. 

Tuttavia, con il passare del tempo alcune fratture sono venute allo scoperto. I politici di Sinn Féin e del Partito unionista democratico hanno difeso posizioni tradizionalmente opposte riguardo la questione della riapertura delle chiese. Non è una sorpresa che la proposta, avanzata dagli unionisti, di servirsi dell’esercito britannico non abbia riscosso consensi tra i nazionalisti. I problemi fondamentali dell’Irlanda del Nord sono sempre lì. La pandemia ha portato alla luce la mancanza di fiducia della gente nella leadership sia a livello locale che governativo. Quando la normalità sarà tornata, qualunque sia il suo aspetto, le lezioni imparate durante questo periodo avranno senz’altro un impatto sulle elezioni. E questo potrebbe essere una cosa positiva.

Questo articolo fa parte del Debates Digital project, contenuti digitali che comprendono testi e discussioni live di alcuni degli scrittori di maggior successo, accademici e intellettuali che che fanno parte della rete Debates on Europe. L’autrice parteciperà a un dibattito online diffuso il 9 giugno alle 19, ora di Roma, su YouTube.

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