Il prezzo dell’austerità

Nonostante le promesse del governo le sofferenze dell'economia irlandese non sono ancora finite. E negli altri paesi oggetto di bailout le prospettive sono ancora peggiori.

Pubblicato il 17 Ottobre 2013 alle 15:22

Ancora una volta l’Irlanda è considerata l’allieva modello della scuola di austerità in Europa, con il primo ministro Enda Kenny che sostiene che il suo governo sta per uscire dal programma di bailout stabilito dalla troika Ue-Bce-Fmi. E afferma che l’era dell’austerità volge al termine. Entrambe queste affermazioni sono chiaramente opinabili, ma di fatto gettano luce su alcuni importanti aspetti dell’attuale situazione in Europa.

La politica del governo di Dublino continuerà a essere stabilita dalla troika ancora per molti anni a venire. Infatti l’Ue ha già predisposto un sistema di monitoraggio del budget, regolamenti e perfino sanzioni che salvaguarderanno gelosamente e in eterno l’austerità per tutti i membri della zona euro. Oltre a ciò, è ormai consuetudine dell’Fmi, una volta esauritosi il flusso di denaro reso possibile dal bailout iniziale, istituire una nuova struttura di credito, che include naturalmente conseguenze precise. Quindi non è vero che l’austerità volge al termine. Anzi, gli asset e i prestiti custoditi dalle banche irlandesi si sono a tal punto svalutati per colpa della debolezza economica che aumenta il rischio di un nuovo bailout per i loro creditori.

C’è una ragione importante per la quale l’Irlanda non può essere emulata da paesi come Grecia e Portogallo. All’inizio della crisi l’economia irlandese era di gran lunga più prospera. E dopo una prolungata recessione nella periferia europea, così continua a essere. Un indice del fallimento dei governi che si sono succeduti a Dublino è che gli standard di vita sono così precipitati da ricadere più o meno ai livelli di quelli britannici, dopo averli scavalcati prima dell’inizio del XXI secolo.

Nel Regno Unito si sente sempre il coro di chi vorrebbe ascrivere tutti i problemi economici all’Ue. Ma la minaccia del cancelliere britannico George Osborne di mantenere in vigore l’austerità quanto meno fino al 2018 e puntare a eccedenze di bilancio si pone sullo stesso piano dell’austerità permanente di Bruxelles, Francoforte e Washington.

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Lo spreco di auto-congratulazioni su entrambe le sponde del Mare Irlandese è quindi del tutto fuori luogo. I governi di Dublino tendono a essere privi dell’arroganza storica tipica dell’élite politica britannica e quindi cercano consensi all’estero.

La coalizione di governo formata dai partiti di destra Fine Gael e partito laburista irlandese sembra ricevere pacche sulla schiena, o forse in fronte, per la previsione secondo cui le finanze di governo passeranno a quello che è definito un avanzo primario, ovvero un surplus delle finanze pubbliche prima che siano calcolati i pagamenti degli interessi. Ma questa affermazione sempre più spesso è adoperata dagli stessi sostenitori dei governi che applicano l’austerità anche in Portogallo e in Grecia, e in buona parte è del tutto priva di significato. A meno che il tasso di crescita dell’economia non superi il conto delle crescenti spese per gli interessi, il livello di indebitamento pubblico diventerà insostenibile.

Per il momento, in ogni caso, il rischio immediato di default si è sensibilmente ridotto. Ciò lo si deve in parte all’impegno della Bce di “fare tutto il necessario” per salvare l’euro: qualsiasi cosa si avvicini all’illimitato per i bailout dei creditori, per lo più banche europee e britanniche, ma non un euro per i governi.

Adesso siamo invitati a celebrare proprio questa operazione di sostegno alle banche. Probabilmente la festa durerà poco, tenuto conto che l’austerità incide sull’economia. Senza investimenti la capacità produttiva cala. In Irlanda gli investimenti nuovi netti (dopo aver dedotto svalutazione, lacrime e sangue e così via) sono vicini allo zero assoluto. L’economia resta depressa e l’effetto è l’accumulo di prestiti tossici presso le banche di investimento, compresi i mutuatari in forte difficoltà. L’austerità è nemica della crescita e non è assolutamente in grado di risolvere la crisi.

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