Opinione Guerra in Ucraina e cultura

Il regista ucraino Sergei Loznitsa a Cannes: "Non censuriamo la cultura russa"

Il regista ucraino (nato in quella che oggi è la Bielorussia), Sergei Loznitsa, ha presentato al festival di Cannes il suo “The Natural history of destruction”, dove ha tenuto un discorso in difesa della cultura russa, ribadendo la sua opposizione al boicottaggio in seguito all’attacco di Putin all’Ucraina. Ne pubblichiamo la trascrizione fatta dal giornale indipendente online russo Meduza.

Pubblicato il 31 Maggio 2022 alle 18:38

Gentili signore e signori, 

sono profondamente onorato di ricevere questo premio. Vorrei ringraziare Sandrine Trenier e i suoi colleghi di France Culture per aver apprezzato il mio lavoro nel cinema, per aver sostenuto le mie opinioni e la mia posizione.

La cultura è una questione vitale, per noi tutti. E oggi ci troviamo tutti in prima linea: da una parte c'è chi chiede di vietare il cinema russo e di abolire la cultura russa. Dall'altra c'è chi si oppone al boicottaggio totale della cultura.

Subito dopo l'aggressione russa in Ucraina, ho espresso la mia opinione contraria di fronte al divieto totale del cinema russo al boicottaggio della cultura russa. Alcuni miei compatrioti hanno risposto chiedendo, in risposta, di boicottare anche i miei film, in particolare quelli sulle guerre attuali e passate: Donbass, Majdan, Babij Jar. Kontekst. Ebbene, pochi anni fa gli stessi film – Donbass e Majdan – erano stati vietati. Questo accadeva nella Russia totalitaria, su ordine dell'FSB, il Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa. 

Oggi gli "attivisti" filoucraini chiedono che questi film vengano vietati nella democratica Unione europea. È deplorevole che su alcune questioni la loro posizione coincida con quella dell'FSB russo.

Purtroppo anche il Festival di Cannes si trova oggi in prima linea. A mia conoscenza solo una volta, nei 75 anni di storia del Festival di Cannes, i suoi direttori hanno ricevuto una lettera dal responsabile del Fondo cinematografico statale che chiedeva di togliere dal programma un film di un cittadino di quello stato. È successo nel 1969 con Andrei Rublev di Andrei Tarkovsky.

Quest'anno la storia si ripete con il mio film, A Natural History of Destruction, prodotto da Germania, Lituania e Paesi Bassi. Il film racconta un problema che è diventato, ancora una volta, terribilmente attuale nella guerra che la Russia sta conducendo in Ucraina: si possono usare i civili e lo spazio che dovrebbe essere riservato alla vita umana come un’arma di guerra? I leader delle organizzazioni che sostengono il cinema ucraino non si preoccupano di questo problema, apparentemente. 


Chiedere di proibire la cultura equivale a chiedere di proibire il linguaggio. È una richiesta tanto immorale quanto folle


Si preoccupano, al contrario, del fatto che un cittadino ucraino abbia osato esprimere un'opinione diversa a quella della maggioranza. Stanno combattendo una guerra sul loro fronte: non quello che decide il destino dell'Europa, della civiltà moderna e, forse, dell'umanità intera, ma quello in cui la costruzione dello stato è sostituita da una guerra di culture, in cui la conoscenza della propria storia è sostituita dalla creazione di miti, in cui la libertà di parola e la libertà di espressione sono tacciate di “propaganda nemica”.

Gli eventi di questi tre mesi di guerra e l'aggressione a cui sono state sottoposte non solo le singole istituzioni culturali – musei, teatri, cinema e gallerie – ma anche gli stessi autori – registi, attori, direttori d'orchestra, artisti e musicisti – impongono una riflessione e una discussione seria. Dobbiamo capire cosa sta succedendo e chi ne approfitta. 


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Il linguaggio è una delle categorie più importanti e fondamentali della cultura. Il linguaggio non solo forma, ma esprime la comprensione del mondo di una persona. Chiedere la proibizione della cultura equivale a chiedere di proibire il linguaggio. Si tratta di richiesta tanto immorale quanto folle. Come possiamo proibire una lingua che è parlata da 350 milioni di persone in tutto il mondo? 

Mi esprimo, proprio ora, nella mia lingua, quella che parlo nella mia città natale, Kiev, fin dall'infanzia: il russo. È la lingua parlata dalla maggior parte dei profughi provenienti dalle regioni orientali dell'Ucraina. È anche la lingua usata dagli eroici difensori dell'Isola dei Serpenti per mandare al diavolo gli aggressori russi. L'Ucraina moderna è un paese multinazionale e multiculturale. 

La richiesta di boicottare la cultura russofona, che è anche la conquista e la ricchezza dell'Ucraina, è arcaica e distruttiva. Contraddice i principi europei del pluralismo culturale e della libertà di espressione nella loro essenza. Invece di mettere la lingua russa, la lingua madre del 30 per cento degli ucraini, al servizio dell'Ucraina, raccontando la verità sulla terribile guerra in corso, gli "attivisti culturali" sono stremati dall'inutile compito, emulando lo sforzo di Sisifo, di distruggere ciò che è indistruttibile.

Si ha l'impressione che per "cultura" queste persone intendano un semplice insieme di opere individuali, film, romanzi, opere teatrali, dipinti, ecc. Ma non è così.

La cultura è l'attività umana nelle sue varie manifestazioni, sono i rituali e le pratiche della nostra vita, sono le forme e i modi dell'autoconoscenza e dell'espressione, sono la nostra memoria e le pratiche di conservazione e riproduzione. 

Come possiamo lottare contro tutto questo?

Come possiamo equiparare le atrocità commesse dall'attuale regime russo (e avendo in mente che negli ultimi cento anni la Russia ha visto alternarsi solamente regimi scellerati) con le opere di quegli autori russi, spesso paria e quasi sempre profeti inascoltati nella loro misera patria, che sono diventati parte della cultura mondiale, e quindi patrimonio dell'intera umanità? 

Come possiamo rispondere alla barbarie del regime di Putin per mano dei vandali russi in Ucraina chiedendo la distruzione o l'abolizione di ciò che si è sempre opposto alla barbarie? Non ha né logica né senso.

Il filosofo francese René Girard scrive: "Solo l'essere che ci impedisce di soddisfare un desiderio che lui stesso ci ha suggerito è veramente oggetto di odio. Chi odia per primo odia se stesso a causa dell'ammirazione segreta che il suo odio nasconde. Per nascondere agli altri, e per nascondere a se stesso, questa ammirazione sconvolta, vuole solo vedere un ostacolo nel suo mediatore".

Il ruolo secondario del paragone, quindi, viene alla ribalta e prevale completamente su quello primario dell'imitazione religiosa. Cosa ci sta succedendo? Cosa sta succedendo alla cultura? 


Come possiamo equiparare le atrocità commesse dall'attuale regime russo con le opere di quegli autori russi, spesso paria e quasi sempre profeti inascoltati nella loro misera patria, che sono diventati parte della cultura mondiale, e patrimonio dell'intera umanità? 


Credo che sia attraverso una discussione costruttiva e profonda, invece che con l'ultimatum dei divieti, che si possa arrivare a una comprensione. E se parliamo di cinema, credo che l'Accademia europea del Cinema potrebbe essere la sede di una conferenza paneuropea di filosofi, antropologi, storici del cinema, storici della cultura, studiosi di cinema, registi e sceneggiatori per discutere di questo gravissimo problema.

Stefan Zweig ricorda nelle sue memorie l'atmosfera della Prima Guerra Mondiale: 

"La Francia e l'Inghilterra sono state ‘vinte’ a Vienna e a Berlino, nella Ringstrasse e nella Friedrichstrasse. Le insegne francesi e inglesi dovettero essere rimosse dai negozi, e il nome di un convento, Zu den englischen Fräulein, fu cambiato perché irritava i cittadini, che non sapeva che ‘englisch’ in questo caso significava ‘Engel’, ‘angeli’, e non gli inglesi. 

I bravi commercianti appiccicavano o timbravano ‘Dio maledica l'Inghilterra’ sulle loro buste e le donne giuravano che non avrebbero mai più pronunciato una parola francese in vita loro. Shakespeare fu bandito dai palcoscenici tedeschi, Mozart e Wagner da quelli francesi e inglesi, i professori tedeschi decretarono che Dante era germanico, quelli francesi che Beethoven era belga, i beni culturali dei paesi nemici furono requisiti senza la minima esitazione al pari di grano e minerali. Non contenti del fatto che migliaia di pacifici cittadini di questi paesi si uccidessero ogni giorno sul fronte, nelle retrovie i morti ilustri dei paesi nemici, che riposavano silenziosamente nelle loro tombe da centinaia di anni, venivano insultati e diffamati da entrambe le parti”.

Vi ricorda qualcosa?

Il destino mi ha regalato diversi anni di amicizia con la grande Irena Veisaitė, ebrea lituana fuggita dal ghetto di Kaunas, professoressa di studi teatrali ed esperta di letteratura tedesca, collaboratrice di George Soros e personaggio pubblico lituano di spicco. 

Irena ha ricordato che lei e i suoi amici adolescenti nel ghetto organizzavano un circolo clandestino di poesia tedesca. La sera si riunivano di nascosto e leggevano Goethe, Heine e Schiller. "Ma come poteva essere? Era la lingua dei boia, i vostri boia tedeschi, quelli che erano intorno a voi ogni giorno", esclamai. Irena mi guardò stupita: "Sì, ma cosa c'entra Goethe!".

A pochi è dato un tale dono di saggezza spirituale, solo pochi possono raggiungere una tale umanità, solo i veri eroi sono capaci di nobiltà. Ma ognuno di noi, uomini di cultura, è obbligato a fare uno sforzo per resistere alla barbarie in tutte le sue manifestazioni. Spesso mi viene chiesto: cosa deve fare un artista in tempo di guerra? La mia risposta è semplice: mantenere il buon senso e difendere la cultura.

Grazie.

👉 La trascrizione su Meduza

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