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In Moldova la guerra in Ucraina resuscita le paure del passato

Rispetto alla popolazione, la Moldova è il paese che ha accolto il maggior numero di rifugiati ucraini. Ma si teme che il conflitto nella repubblica separatista filorussa di Transnistria possa scoppiare di nuovo. Anche i ricordi della carestia e delle deportazioni dell'epoca sovietica stanno riaffiorando, dice la scrittrice moldava Emanuela Iurkin.

Pubblicato il 28 Luglio 2022 alle 09:45
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Il primo giorno di guerra ho provato solo orrore, incredulità e indignazione. Le parole erano finite. Era come se un razzo avesse colpito la mia lingua e avesse frantumato ogni singolo vocabolo. Ci avevano prospettato uno scenario terribile, ma ciò che è accaduto il 24 febbraio, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, è stato peggio. Poi finalmente ho aperto la bocca per parlare, e ho imprecato. Ben presto, preghiere silenziose hanno preso il posto delle imprecazioni.

Dubito che a Chișinău, la capitale della Moldova, i più ferventi sostenitori della federazione russa si aspettassero quello che è successo. La sera del 23 febbraio hanno festeggiato il giorno dei difensori della patria quando in Russia e in altri paesi post-sovietici, si commemora il primo reclutamento dell’armata rossa nel 1918. Poi il 24 febbraio hanno celebrato la guerra bevendo vodka e ostentando la lettera Z, disegnata sui mezzi militari russi e divenuta il simbolo del sostegno all’invasione. Altri sembravano scoraggiati, tristi, preoccupati.

Il nostro è un popolo che crede nell’utopia. Vediamo le cose in modo differente, i nostri impegni sono approssimativi e saldi, e la nostra rabbia ribolle. Mentre l’aumento della povertà non fa che peggiorare la situazione.

La maggior parte dei profughi ucraini ha attraversato la Moldova per recarsi altrove, ma alcuni sono rimasti. In percentuale rispetto alla popolazione abbiamo accolto più profughi di qualsiasi altro paese. I prezzi sono aumentati, in parte a causa degli sciacalli locali, ma è aumentata anche la paura. I moldavi erano paralizzati dal terrore ed erano tentati di fuggire per mettersi in salvo, verso Iași, capoluogo della regione moldava in Romania.

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Il 26 febbraio mi ha rincuorato vedere come i comuni cittadini si fossero organizzati e avessero cominciato a raccogliere generi di prima necessità per i profughi appena arrivati, ma la paura continuava ad assillarmi. Volevo raccogliere le mie cose in modo da essere pronta se fossimo stati costretti a fuggire. Non ne vado fiera, ma prima ho preparato le mie valigie e poi anche io ho portato degli aiuti al centro per i profughi. Mentre tornavo a casa, i notiziari confermavano la presenza di treni quotidiani per Iași. Ho detto a mia madre che avremmo aspettato un altro paio di giorni. A Iași non conoscevamo nessuno, ma se le cose fossero peggiorate saremmo salite su un treno il lunedì successivo.

Ho disfatto le valigie il 9 maggio. Nei giorni seguenti ho letto l’elenco delle armi di cui gli ucraini avevano bisogno, pubblicato su Twitter da Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelenskyj. Ho letto dei bombardamenti strategici della Russia, delle città rase al suolo, della quasi annessione dell’Ucraina. Forse ho disfatto le valigie troppo presto.


La paura era, ed è ancora oggi, il sentimento più palpabile. La paura del passato è affiorata alla superficie del presente ed è esplosa


La paura era, ed è ancora oggi, il sentimento più palpabile. La paura del passato è affiorata alla superficie del presente ed è esplosa. Il ricordo della carestia, della deportazione e della collettivizzazione forzata si è mescolato all’incubo di una guerra che vedi sullo schermo di un telefono.

I primi giorni la maggior parte delle notizie erano terribili, ma una fotografia mi ha colpito in modo particolare. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. Quello scatto ha assunto un valore simbolico per me. A un checkpoint una madre e un bambino stavano attraversando il confine tra l’Ucraina e la Moldova. Il bambino teneva in braccio una piccola pianta d’appartamento. Era stato costretto a lasciare casa sua e aveva portato con sé la pianta. Quella fotografia mi ha aiutato a non affogare mentre altre immagini da incubo si susseguivano giorno e notte.

A marzo di quest’anno ricorreva il trentennale dello scoppio della guerra di Transnistria, una regione moldava che nel 1990 ha dichiarato la sua indipendenza, ma non è stata riconosciuta dai paesi dell’Onu. Il cessate il fuoco fu deciso solo tre mesi dopo, ma questo conflitto non ha mai smesso di lacerare la popolazione. E proprio a marzo siamo venuti a sapere dei terribili crimini commessi a Buča e in tutta l’Ucraina. Gli abitanti di Chișinău hanno cominciato a parlare dei rifugi antiatomici in Moldova, chiedendosi se esistessero o meno, e in che stato fossero.

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