Oltre la crescita: reinventare l’Europa per salvare il pianeta

La crescita economica, per decenni al centro degli obiettivi europei, si è rivelata un fattore aggravante per le diseguaglianze sociali e i cambiamenti climatici. Se vogliamo davvero costruire un'economia equa dal punto di vista sociale ed ambientale, è necessario ripensare la nostra idea di progresso economico. Ci sono tre soluzioni possibili.

Pubblicato il 30 Settembre 2021

Settembre 2021: mancano nove anni e mezzo alla fine del "decennio cruciale" per ribaltare la nostra economia, evitare il disastro ecologico e la conseguente crisi umanitaria. In questo contesto, appare evidente come puntare alla crescita "infinita" sia una strategia economica irrazionale e autodistruttiva. Un recente rapporto congiunto di Ipcc e Ipbs (The Intergovernmental Panel on Climate Change report recommends e Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Service) si consiglia "di allontanarsi da una concezione del progresso economico basato unicamente sull'aumento del Pil" al fine di preservare la biodiversità e gli ecosistemi. Il nuovo rapporto dell'Ipcc propone uno scenario realizzabile, il percorso socio economico condiviso n° 1, suggerendo una strategia che "metta l'accento sul benessere dell'umanità nel suo insieme, piuttosto che sulla crescita economica".

La crescita del Pil sembra però, ancora, essenziale per sostenere il potere d'acquisto, le politiche sociali e il benessere in generale, specialmente in Europa. Andare al di là del concetto (e degli assiomi) della "crescita economica" è certamente nel nostro interesse, ma possiamo permettercelo? Come sostengo in una recente pubblicazione per ETUI, sono convinto di sì.

Nella classe politica nel suo insieme, è molto diffusa una visione di questo tipo: anche se la crescita economica potrebbe essere la causa della sempre crescente destabilizzazione della biosfera e degli ecosistemi, essa permette la stabilità e l'esistenza delle politiche sociali. Da questo punto di vista senza crescita non può esistere il welfare come lo conosciamo.


Voler raggiungere una transizione ambientale e mantenere il Pil come unità di misura è un po’ come cercare di trattenere un oggetto con le mani e, allo stesso tempo, spingerlo via con i piedi.


Questa presunta co-dipendenza tra lo stato sociale e la crescita è mediata da due principali fattori: crescita/occupazione e crescita/salari. In teoria, il primo punto garantisce che con la crescita del Pil cresca anche l'occupazione, permettendo l'aumento dei contributi sociali e il corretto finanziamento delle politiche sociali correlate.

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Questo assioma non rispecchia più la realtà: negli ultimi trent'anni la Germania è stata considerata un esempio di successo europeo in termini di occupazione e di crescita, e questo nonostante il paese abbia riscontrato, tra il 2006 e il 2018, la più forte e duratura impennata nel numero di persone occupate degli ultimi cinquant'anni. Il Pil effettivo è in realtà diminuito.

Questa separazione tra Pil e crescita vale per l'intera zona Euro, dove la crescita del Pil è stata accompagnata da una diminuzione dei posti di lavoro (per esempio, tra il 2002 e il 2005 o tra il 2010 e il 2012). Questa tendenza appare ancora più pronunciata se guardiamo all'Unione europea nel suo insieme: il più grande aumento del tasso di occupazione degli ultimi vent'anni (dal 64 al 69,3 per cento, tra il 2013 e il 2019) si è verificato mentre la crescita del Pil, moderata ed instabile, si attestava intorno al 2 per cento. Allo stesso modo, vi è un divario tra la ricchezza nazionale e quella individuale dovuto ad un inasprimento delle diseguaglianze e della differenza tra il Pil e la capacità contributiva, a causa dell'aspra competizione sociale e fiscale in Europa.

È ancora più importante comprendere che i veri indicatori sommersi dello sviluppo umano sono la produttività del lavoro, la salute e l'educazione, che traggono sostentamento dallo stato sociale e non dalla crescita economica, che al contrario essi stessi supportano. Questo concetto ribalta la narrativa economica secondo cui lo stato sociale è un lusso che solo le società ricche e in crescita possono permettersi: il welfare è stato per gli ultimi settant'anni alla base di ogni economia moderna, specialmente in Europa, e la fonte primaria di sviluppo umano ed economico per più di un secolo.

Inoltre, il ruolo della crescita economica nel mantenimento delle politiche sociali è in realtà marginale in confronto a parametri strutturali socio-demografici quali la crescita della popolazione per la sostenibilità del sistema pensionistico.

Mentre questa doppia disgiunzione che oppone la crescita all’impiego e al potere d'acquisto passa inosservata, il fatto che la crescita economica sia legata ai danni ambientali è, al contrario, innegabile. 

Una netta distinzione tra crescita ed emissioni di gas ad effetto serra è ovviamente possibile nei singoli Paesi (come dimostra la Svezia) ma i risultati positivi (e isolati) contano poco se si calcolano le emissioni a livello globale, l'unico che importi davvero. In Europa, così come nel resto del mondo, l'aumento del reddito pro capite è il principale fattore di accelerazione del cambiamento climatico. Senza una "strategia di crescita zero", non sarà possibile raggiungere gli obiettivi posti dal Green Deal.

Voler raggiungere una transizione ambientale e mantenere il Pil come unità di misura è un po' come cercare di trattenere un oggetto con le mani e, allo stesso tempo, spingerlo via con i piedi.

Tre strategie possibili per una transizione socio-ecologica europea

È possibile, quindi, immaginare e perseguire una transizione socio-ecologica europea che, contemporaneamente, vada verso una diminuzione dei danni all'ambiente e delle diseguaglianze sociali e che non implichi la crescita economica? La risposta è sì: vi sono almeno tre strategie possibili per raggiungere questo obiettivo.

Nel breve termine, si potrebbe mobiltare il serbatoio delle disuguaglianze economiche ed utilizzarne le risorse per promuovere la transizione introducendo, in maniera costante e crescente, un sistema progressivo di tasse ecologiche di compensazione sociale basato su due criteri di tassazione: ricchezza e consumo di Co2. 

Tassando i patrimoni più elevati, le risorse verrebbero ridistribuite senza bisogno di ulteriore crescita. I governi potrebbero anche decidere di tassare direttamente le diseguaglianze, ovvero stabilire una tassazione socio-economica progressiva basata sul reddito e/o sull'impronta carbone.

Come hanno dimostrato le proteste dei “Gilets Jaunes” in Francia nel 2018, misure di questo tipo sono da definirsi con attenzione, prevedendo compensazioni per le classi più economicamente vulnerabili.

Una seconda strategia potrebbe consistere nel finanziare la transizione socio-ecologica con i fondi pubblici, tramite ambiziose politiche ambientali volte a migliorare la salute delle persone, per esempio limitando l'inquinamento dell'aria, che rappresenta oggi la più seria minaccia ambientale per l'Europa. La pandemia di Covid-19 ci ha fornito un'immagine piuttosto chiara di come la protezione dell'ambiente, della salute e dell'economia siano strettamente legate. Come sottolineano diverse riviste mediche, la degradazione della biosfera è intrinsecamente legata alla degradazione della salute delle persone, su scala globale.

Una terza ed ultima strategia potrebbe essere quella di costruire una forte protezione socio-ecologica, che si potrebbe finanziare tramite la fine di sussidi per i combustibili fossili: le crisi ambientali rappresentano un rischio per la vita e per i mezzi di sostentamento, specialmente per le persone più vulnerabili, che necessitano sistemi di protezione collettiva come quelli istituiti in Europa alla fine del XIX secolo, che si sono rivelati cruciali per far fronte al Covid-19.

Per quanto tutto questo possa sembrare utopico, non mancano le ragioni di credere che, nei nove anni e mezzo che abbiamo a disposizione, saremo capaci di costruire una transizione socio-ecologica che vada al di là della crescita, e che cominci dall'Europa.


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