Ripensare la questione palestinese

L’Ue vuole ritagliarsi un ruolo di primo piano in Medio Oriente, come dimostra il viaggio di Catherine Ashton in Israele e Palestina. Prima però farebbe riesaminare la questione degli aiuti all’autorità palestinese.

Pubblicato il 22 Marzo 2010 alle 13:43
 | Un ragazzo palestinese nella scuola colpita dal bombardamento israeliano a Netzarim, Gaza. (AFP)

Catherine Ashton, a capo della politica estera dell’Unione europea dal dicembre scorso, ha smosso un po’ le acque con il suo viaggio in Israele e Palestina. L’Europa ha un’altra opportunità di rivitalizzare il proprio approccio al processo di pace in Medio Oriente, un approccio che fino a oggi è stato del tutto fallimentare. Ma se Ashton non saprà sfruttare l’occasione, la sua visita sarà stata solo una perdita di tempo. Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare dell’incapacità della Ue di influire sulla politica di Israele. Lo scorso anno l’Unione ha congelato i negoziati per un accordo di associazione avanzato con Israele, concentrandosi su altro. Per esempio è intervenuta per stabilizzare la situazione di Gerusalemme, assumendo una posizione filopalestinese.

Il rifiuto di Israele di mettere qualsiasi freno alla costruzione di nuovi insediamenti testimonia lo scarso impatto delle pressioni europee. Il ministro spagnolo degli esteri Miguel Angel Moratinos ha dichiarato che la presidenza spagnola della Ue porterà il processo di pace a un accordo finale. Una spacconata fragorosa e infondata. C’è un solo campo in cui l’influenza europea in medio oriente ha un impatto rilevante, ed è negli aiuti economici e politici alle istituzioni palestinesi. L’Ue è da tempo il principale benefattore dei territori occupati, e continua a versare miliardi di euro per costruire le fondamenta di un proto-stato palestinese. Sfortunatamente, i criteri adottati nella distribuzione dei fondi hanno incrementato le pericolose divisioni interne tra i palestinesi.

Aiuti nelle mani sbagliate

Da quando il governo di Hamas è stato eletto, quattro anni fa, gli aiuti europei ai territori occupati sono cresciuti parecchio. Paradossalmente, i fondi complessivi elargiti dalla Ue sono raddoppiati nei 12 mesi successivi alla vittoria politica di Hamas. Dato che l’Europa rifiuta di collaborare con Hamas, gli aiuti sono stati incanalati verso istituzioni controllate da Fatah in Cisgiordania. Il denaro è stato sottratto alle riforme governative di lungo termine e destinato alle emergenze. L’attribuzione dei fondi è diventata opaca, sostanzialmente incompatibile con l’aspirazione europea di una Palestina unita, solida e responsabile. Lo sviluppo di istituzioni governative affidabili avrebbe potuto attenuare lo scontro tra Fatah e Hamas.Quest’ultima ha invece accresciuto la propria influenza cavalcando il malcontento popolare contro la corruzione di Fatah.

L’atteggiamento dell’Europa è stato nepotista e accentratore. L’Ue ha parlato di riforme di governo, ma ha subordinato l’erogazione dei fondi necessari all’affermazione di un leader a essa gradito e apparentemente moderato, il presidente Mahmoud Abbas. La missione Ue di supporto alle forze di polizia in Cisgiordania ha rinforzato i corpi di sicurezza di Fatah contro le forze armate controllate da Hamas. Il progetto include disposizioni sugli aiuti umanitari e lo stato di diritto, ma in pratica è stato visto solo come un aiuto a Fatah nella lotta per la supremazia territoriale con Hamas. L’intenzione europea di rovesciare Hamas, mascherata dalle dichiarazioni sulle riforme politiche, non può portare ad altro che all’inasprimento delle divisioni tra i palestinesi.

L’unità nazionale non basta

I limiti dell’approccio unilaterale dell’Unione europea sono sempre più evidenti. Il leader su cui sono state riposte tutte le speranze adesso minaccia di non ricandidarsi. L’Ue ha deciso di appoggiare la decisione di Abbas di rinviare le elezioni. Il tentativo di tracciare un percorso verso un governo di unità palestinese è stato fallimentare anche perché l’Europa è si è spaccata sulle condizioni da dettare ai membri di Hamas per entrarne a far parte. In privato, i diplomatici europei ammettono di essersi cacciati in un vicolo cieco dopo le elezioni del 2006, limitandosi a interagire esclusivamente con una parte dello spettro politico palestinese. La prossima fase del ciclo elettorale rappresenta per l’Ue un’opportunità importante per uscire dal binario morto. Ashton ha molto da lavorare: il principale errore della Ue negli ultimi anni è stato l’assenza di appoggio politico al programma di aiuti economici sul territorio.

Basta pensare all’agonizzante missione di controllo del confine, al momento in fase di stallo totale a chilometri di distanza dal varco di Rafah. Un governo di unità non rappresenta in sé una soluzione alla tragedia palestinese. Non c’è alcun bisogno di altri accordi segreti e confusi tra i leader di Fatah e Hamas. L’unica soluzione è la nascita di un aperto dibattito politico. I fondi europei devono essere sottratti alle elite incapaci e corrotte che governano sia Hamas che Fatah. Bisogna favorire le nascenti tendenze democratiche della società palestinese convogliando i fondi verso le organizzazioni di base. I cittadini palestinesi devono sentirsi in grado di costruire il loro futuro superando le faide interne. È il primo passo verso un negoziato reale con Israele. (as)

Opinione

L’Ue troppo divisa su Israele

Con il suo viaggio in Israele, Cisgiordania e Gaza, Catherine Ashton ha “lanciato un segnale inequivocabile: l’Ue respinge il draconiano divieto di circolazione imposto a un milione e mezzo di palestinesi che risiedono a Gaza” e ha “fatto capire che l’Ue intende esercitare maggiori pressioni su Israele” sui nuovi insediamenti. Lo scrivono su De Morgen cinque rappresentanti di un’ong, che avvertono però che “l’Unione è profondamente divisa nei confronti di Israele”. Gli autori ricordano che “il Consiglio dei ministri europei ha deciso di congelare provvisoriamente il calendario dei colloqui bilaterali con Israele, ma la decisione è stata contestata da Germania, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Spagna”. Questi paesi reputano infatti che “una cooperazione migliore avrebbe un’influenza positiva sul comportamento di Israele. Un ulteriore tentativo da parte della Spagna di intensificare le relazioni bilaterali ha portato a un rifiuto categorico da parte di Irlanda e Svezia, che con Malta e Slovenia credono che Israele debba essere obbligato a rispettare le leggi internazionali”. La divisione in seno all’Ue si spiega con “la paura di parecchi stati membri di perdere la loro influenza nel processo di pace”, e con “i loro interessi economici e politici in gioco”, sostengono gli autori, che denunciano la distanza tra le parole di condanna e la politica effettivamente adottata dalla Ue. (ab)

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