Tre motivi per dire no

Il 2 ottobre gli irlandesi saranno chiamati a pronunciarsi una seconda volta per referendum sul trattato di Lisbona. Sul Sunday Business Post, il famoso giornalista Vincent Browne spiega gli argomenti che dovrebbero spingere gli elettori a votare no.

Pubblicato su 16 Settembre 2009 alle 15:07

Ancora una volta i bugiardi sono tornati a fare campagna elettorale. “L’Irlanda ha bisogno dell’Europa”, “Sì all’occupazione, sì all’Europa”, proclamano i manifesti favorevoli al trattato di Lisbona. Secondo il primo ministro Brian Cowen, gli altri membri dell’Ue instaureranno “un’Europa a due velocità” se voteremo “no” una seconda volta. “È nell’interesse dell’Irlanda essere nel cuore dell’Europa”.

Come altri, Cowen si ribella alla disinformazione condotta l’anno scorso dallo schieramento del “no” su argomenti come la coscrizione, l’aborto e le tasse. Forse queste informazioni erano sbagliate, ma non meno di quelle dei sostenitori del “sì”. Ma qual è il rapporto fra il trattato e il fatto che l’Irlanda abbia bisogno o meno dell’Europa? Questo implica subdolamente che un altro “no” significherebbe rifiutare non solo il trattato, ma la stessa Ue. Che cosa ha a vedere lo slogan “Sì all’occupazione, sì all’Europa” con il trattato di Lisbona? Si tratta ancora una volta di un messaggio ingannevole, che suggerisce che votare “no” significa votare contro l’occupazione e l’Europa.

Il mito di un’Europa a due velocità

Riguardo la minaccia di un’Europa a due velocità, è impossibile per l’Ue cambiare le regole e decidere che un gruppo ristretto possa andare più lontano nell’integrazione, lasciando gli altri da parte. Impossibile, a meno che noi non votassimo “sì” a un trattato che lo autorizza. Il punto centrale del trattato di Lisbona era quello di rinnovare il processo decisionale dell’Unione europea mentre l’istituzione si allargava talmente che i vecchi meccanismi erano diventati troppo farraginosi per essere efficaci. Almeno questo era quello che si credeva.

Il trattato prevede anche degli sforzi per cercare di consolidare la natura democratica dell’Ue. I parlamenti nazionali avranno un ruolo nella legislazione europea e il Parlamento europeo avrebbe maggiori competenze. Ma adesso, dopo aver lavorato per cinque anni con le vecchie regole, vediamo che l’Ue funziona molto bene e che queste preoccupazioni erano infondate. Per quanto riguarda la questione democratica, il problema principale rimane: il Consiglio dei ministri, il principale organo decisionale dell’Unione, non deve rendere conto dei proprio atti.

Questi cambiamenti proponevano anche di mettere fine al problema della presidenza a rotazione, in base alla quale la presidenza dell’Ue è affidata a ogni stato membro per sei mesi. In un’Europa a 27 ogni Stato deve attendere 13 anni e mezzo per avere sei mesi di potere. Questo solleva evidenti problemi logistici, senza contare poi che alcuni Stati sono più adatti di altri ad assumere la presidenza. Un altro “problema” riguardava anche quegli Stati membri che cercavano di imporre i loro progetti non appena erano a capo dell’Unione.

I rischi di una politica estera comune

Sembrava logico mettere fine a tutto questo e avere una presidenza unica, un solo presidente del Consiglio europeo con un mandato di cinque anni. E una sola persona che rappresentasse l’Europa all’estero, al posto di tre: un commissario, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza (Pesc) e il ministro degli Esteri del paese con la presidenza. Ma queste idee “logiche” non sono prive di pericoli. Anche se complicata, la presidenza di turno decentra il potere di Bruxelles. Un presidente in carica per cinque anni sarebbe, per definizione, sotto l’influenza degli Stati più potenti (la Germania e la Francia) e sosterrebbe i loro progetti. Se per esempio in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003, avessimo avuto un solo ministro degli Esteri in grado di esprimere una sola posizione europea in materia di politica estera, ci saremmo ritrovati tutti coinvolti in questa impresa criminale, non necessariamente sul piano militare ma su quello politico.

Per quale motivo allora votare in favore del Trattato di Lisbona? Per noi questa scelta si riassume solo nel non contrariare i nostri partner europei in un momento in cui abbiamo bisogno della loro indulgenza per essere sicuri che la Banca centrale europea continui a darci del denaro. Ma siamo sicuri che questo aiuto verrà meno se dovessimo votare “no” una seconda volta? Le ragioni che spingerebbero a votare “sì” stanno diventando un semplice ricatto.

Un linguaggio incomprensibile

Ci sono solide ragioni per votare “no”. In primo luogo, il trattato di Lisbona è una truffa, deliberatamente messa a punto per impedire l’elettorato di altri Stati membri di esprimersi a proposito dei cambiamenti proposti. Si tratta di una revisione della Costituzione europea respinta dai francesi e dagli olandesi, e riscritta in un linguaggio incomprensibile, che permette ai governi di questi paesi e di altri stati membri di affermare che non è necessario lasciar decidere l’elettorato, poiché sarà sufficiente l’approvazione del parlamento. Adesso si chiede agli irlandesi di votare di nuovo per un trattato incomprensibile. Questa ragione basterebbe per votare “no”.

In secondo luogo, il trattato introduce per la prima volta nella struttura istituzionale dell’Unione l’Agenzia europea per la difesa, il cui ruolo principale sarà quello di aiutare l’industria europea degli armamenti a prosperare. In altre parole, contribuire a migliorare la produzione di ordigni di morte. I sostenitori dell’Ue ci ripetono che questa istituzione mantiene la pace in Europa da 50 anni. Ma allora come giustificare l’introduzione di “cani da guerra” nella sua struttura istituzionale? Infine, terzo punto. Questo trattato cerca di centralizzare il potere nell’Ue. Non dobbiamo accettare tutto ciò.

Referendum

Declan Ganley torna in trincea

Il 2 ottobre l’Irlanda dirà sì o no al discusso trattato di Lisbona? I sondaggi di opinione sono discordanti. Il 4 settembre l’Irish Times ha scombussolato l’Ue rivelando che soltanto il 46 per cento dell’elettorato intende votare sì il giorno del referendum. Poco più di una settimana dopo, un sondaggio pubblicato sul Sunday Business Post ha annunciato il contrario, ovvero che il 62 per cento della popolazione pensa di approvare il testo del referendum. Indubbiamente sulle conclusioni del primo sondaggio pesa il fatto che Declan Ganley si sia nuovamente lanciato nella battaglia contro il Trattato di Lisbona, dopo essersi ritirato dalla vita politica attiva in seguito alla sua sconfitta alle elezioni europee del giugno scorso che non gli hanno assicurato un seggio. Il leader di Libertas ha spiegato che il suo ritorno è motivato dalle “false credenze” fatte circolare dallo schieramento per il sì: Ganley ha messo in guardia dall’adesione al trattato, che secondo lui lascia presagire “una catastrofe” per l’economia già fortemente in crisi della nazione. È nondimeno opinione generale che l’Irlanda cercherà di mettersi al riparo dalla crisi proprio in seno all’Ue. Come osserva Simon Tisdall sul Guardian, la recente “trasformazione dell’Irlanda, da Tigre Celtica a Timido Micino” significa che “questa volta l’europragmatismo avrà verosimilmente la meglio sull’euroscetticismo”.

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