“L’ora della Libia è giunta”, scrive El País, secondo cui l’intervento della Nato è stato “la scelta giusta”, anche se ci si dovrebbe interrogare sul ritardo
col quale sono state prese alcune decisioni e sulla “sorprendente improvvisazione” che ha accompagnato il dispiegamento dell’apparato militare. La nuova fase storica che si apre adesso per la Libia sarà contrassegnata dall’“incertezza”: nessuno “potrà più permettersi di commettere errori”, né i capi dei ribelli, né la comunità internazionale che “dopo svariati decenni di politiche sbagliate nella regione, oggi ha l’occasione di contribuire al progresso della libertà”*.
*“Ci vuole meno a destituire i dittatori che a riportare la normalità nei paesi che opprimevano”, osserva su Gazeta Wyborcza l’editorialista Jacek Pawlicki, secondo il quale “sottoporre a giusto processo il dittatore – se mai ciò avverrà – sarà soltanto un piccolo passo avanti verso l’obiettivo di una Libia pacifica, stabile e integra a livello territoriale, esportatrice affidabile di petrolio e importante centro politico nel Maghreb”. Questa ricostruzione i libici potranno effettuarla non soltanto “con l’aiuto degli Stati Uniti, della Nato e dell’Ue”, aggiunge Pawlicki, ma vi dovrebbero partecipare anche “Cina, Russia, Turchia e altri paesi arabi e africani”.
Maggiore scetticismo esprime il collega di Rczeczpospolita Marek Magierowski, secondo il quale “l’Ue potrà consigliare i libici su come organizzare al meglio libere elezioni, creare un sistema di partiti politici o aiutarli finanziariamente, ma prima o poi i consiglieri rientreranno a Bruxelles, i finanziamenti si esauriranno e la Libia resterà sola. Questo processo sarà molto doloroso, in quanto, proprio come l’Afghanistan, la Libia è uno stato composito, una costellazione di 150 tribù con interessi diversi. Una Libia democratica e pacifica è una prospettiva allettante, ma ancora molto lontana”.Sull’Independent il corrispondente dal Medio Oriente Robert Fisk si chiede se l’avvenire della Libia sarà poi così diverso dal suo passato. 

Sul Corriere della Sera, Antonio Ferrari invita l'Europa a non restare spettatrice degli eventi: "Quanto sta accadendo nel mondo arabo dovrebbe invece diffondere la convinzione che esiste la possibilità di trasformare le 'rivolte primaverili' in una vera opportunità, o incoraggiare i vari Paesi perché la diventi. Ne avrebbero immediati vantaggi i nostri dirimpettai ma ne avremmo anche noi".Con la fine di Gheddafi ormai prossima, i paesi europei che hanno contribuito alla sua caduta sgomitano per ottenere un posto privilegiato nei rapporti 
Ti piace quello che facciamo?
Contribuisci a far vivere un giornalismo europeo e multilingue, in accesso libero e senza pubblicità. La tua donazione, puntuale o regolare, garantisce l’indipendenza della nostra redazione. Grazie!
