Attualità Partenariato orientale

A piccoli passi

Due anni fa, sotto l'impulso della Polonia, l'Ue lanciava il suo programma per avvicinare i paesi dell'ex Unione Sovietica. A luglio Varsavia ha assunto la presidenza di turno dell'Ue, ma le aspettative del progetto sono state rispettate solo in minima parte. 

Pubblicato il 11 Luglio 2011 alle 16:29
Via Krechtchatik, a Kiev.

Sulla pagina Facebook si leggono soprattutto commenti del genere: "Che belle parole, ma quando vedremo dei fatti concreti?" E oggi dobbiamo chiederci che cosa è veramente il Partenariato orientale, questo grande progetto portato avanti dalla Polonia.

Due rapporti cercano di valutare l'impatto del Partenariato. Il primo, redatto dal Consiglio europeo delle relazioni estere (Ecfr), mette in evidenza che l'Unione europea non è mai stata così presente nello spazio postsovietico. Tuttavia l'Unione non riesce a tradurre questa presenza in potenza e a influenzare realmente la politica dell'Armenia dell'Azerbaigian, della Bielorussia, della Georgia, della Moldavia e dell'Ucraina.

Incapace di promuovere la democrazia in questi paesi, l'Ue non è stata neanche in grado di difendere i propri interessi economici. Gli autori del rapporto, Nicu Popescu e Andrew Wilson, indicano in particolare un rafforzamento delle tendenze autoritarie in tutti i paesi interessati dal Partenariato a eccezione della Moldavia. La Bielorussia, l'Armenia e l'Azerbaigian non rispondono ad alcun criterio democratico. L'Ucraina e la Georgia, certamente più democratici, non raggiungono il livello delle democrazie occidentali.

Popescu e Wilson ritengono che un fallimento della democratizzazione in Europa orientale potrebbe condurre a un clima rivoluzionario simile a quello che ha interessato l'Africa del nord e il Medio Oriente. Le conseguenze di un tale scenario sono evidenti: un afflusso di profughi illegali, di spese per stabilizzare i conflitti e l'invio di missioni di pace, di negoziatori, di osservatori e così via. È quindi importante che l'Ue si impegni a est il più rapidamente possibile.

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Il secondo rapporto sul Partenariato orientale è stato elaborato dagli analisti dell'Istituto di affari pubblici (Isp) di Varsavia. Uno degli autori, Elzbieta Kaca, afferma che "dopo due anni il bilancio del Partenariato è negativo. Il vertice del Partenariato orientale a Varsavia, previsto per il prossimo autunno, potrebbe però cambiare la situazione. Un successo rafforzerebbe la leadership della Polonia nella politica orientale dell'Ue; un fallimento porterebbe invece all'accantonamento del progetto".

Questo argomento, ripetuto con insistenza dai diplomatici polacchi, rappresenta una sorta di formula magica. Come credere infatti che un vertice che riunisce i dirigenti di sei paesi postsovietici e dell'Ue possa da solo cambiare qualcosa? Per permettere al Partenariato di svilupparsi, la popolazione dei paesi interessati deve essere realmente attirata e interessata da un'alleanza con l'Europa. Nel frattempo le classi dirigenti sono più attirate dal modello putiniano che da quello europeo.

La vera sfida del Partenariato sarà quella di far conoscere l'Unione in paesi come l'Armenia, l'Azerbaigian e la Bielorussia e di incoraggiare i loro dirigenti a scegliere il modello europeo. Ma per una missione del genere invece di due anni ce ne vorrebbero venti. L'accettazione del modello europeo sembra più facile in Georgia, in Moldavia e in Ucraina, dove le popolazioni sono più filo-europee, così come le classi dirigenti (almeno in teoria). In questi tre paesi l'obiettivo principale è quello di trasformare le parole in fatti concreti.

Secondo gli autori del rapporto dell'Isp, le possibilità di successo del Partenariato risiedono nella rapida conclusione di un accordo di libero scambio fra l'Ue e l'Ucraina, che in questo modo entrerebbe nell'orbita economica comunitaria con delle regole commerciali e delle tasse doganali comuni. Firmando un accordo del genere, l'Ucraina farebbe un salto verso l'integrazione europea. Questo accordo potrebbe essere concluso durante la presidenza polacca dell'Ue. Ma l'Ucraina è anche tentata da un accordo concorrenziale, costituito da una zona di libero scambio con la Bielorussia, il Kazakistan e la Russia, cosa che comprometterebbe qualunque convergenza economica con Bruxelles. La pressione di Mosca è sempre più forte e per ora è difficile prevedere la scelta delle autorità di Kiev.

Servono fondi

Il rapporto evoca le agevolazioni nella concessione dei visti come il mezzo migliore per promuovere l'interesse per l'Europa nei paesi partner. Su questo punto è ancora l'Ucraina che ha compiuto i maggiori progressi con il suo programma in due fasi verso l'esenzione dal visto. Tuttavia l'attuale accordo non fornisce, con grande dispiacere degli ucraini, alcuna data precisa. Anche la Moldavia vuole negoziare un piano simile, e lo stesso vale per la Georgia, che per ora ha concluso con l'Unione un semplice accordo di rilascio agevolato di visti. Sul breve periodo gli altri paesi non possono sperare altro che la semplice promessa di una futura esenzione dai visti.

Il successo del Partenariato dipende anche dai grandi progetti di modernizzazione dei paesi interessati, come per esempio per l'ammodernamento della rete elettrica. Ma molto spesso la mancanza di mezzi finanziari concessi al Partenariato rende impossibile la realizzazione dei progetti, che finiscono quindi per rimanere incompiuti.

Di conseguenza è molto importante aumentare le risorse finanziarie del Partenariato nell'ambito dell'Ue unendo a questa causa altre istituzioni come la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e gli imprenditori provenienti da paesi esterni all'Ue, come gli Stati Uniti, il Giappone, la Norvegia o la Svizzera. I finanziamenti supplementari dovrebbero servire alla realizzazione di un progetto di grande portata finanziato interamente con fondi propri e che dovrebbe offrire una reale visibilità al Partenariato. Per ora questo progetto principale non esiste, ma anche se bisogna evitare ogni eccesso di ottimismo, le affermazioni secondo le quali il Partenariato sarebbe già morto ancora prima di nascere sembrano esagerate. (traduzione di Andrea De Ritis)

Opinione

Basta con l'ambiguità

I paesi dell'Europa orientale non sembrano particolarmente ansiosi di entrare nell'Unione. Per il settimanale polacco Tygodnik Powszechny i motivi sono due. In primo luogo "le élites politiche e finanziarie dei paesi interessati al Partenariato orientale sono persuase di poter vivere alla maniera occidentale continuando a fare affari e a governare alla maniera orientale". E in effetti per il momento vi riescono molto bene. In secondo luogo la vecchia Europa "punta solo ad avere un minimo di stabilità alla sua frontiera orientale e libertà di manovra per l'espansione delle sue imprese". La Polonia non deve quindi aspettarsi grandi novità durante la sua presidenza del Consiglio dell'Ue. E difficilmente potrà riuscire a convincere i suoi partner a parlare sinceramente dell'Europa orientale e a superare le abituali frasi di circostanza. "L'Unione e i paesi del Partenariato orientale devono dire onestamente quello che vogliono gli uni dagli altri", conclude Tygodnik Powszechny. "Bisogna capire se Bruxelles vuole limitarsi solo a creare una zona di stabilità dietro le sue frontiere orientali. E se l'Ue considera gli accordi come la fase ultima della sua politica di vicinato o come l'inizio di una grande avventura europea".

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