Affondati dal salvataggio

In cambio del bailout da 10 miliardi di euro per le banche cipriote Ue e Fmi hanno imposto una tassa su tutti i depositi. Il nuovo presidente Anastasiades è stato costretto ad accettare con un vero e proprio ricatto.

Pubblicato il 18 Marzo 2013 alle 11:57

Anche se il prelievo sui depositi bancari era sul tavolo dell’Ue da più di un mese, citato nei promemoria della Commissione e apertamente discusso dai politici europei (molti dei quali si rifiutavano di escluderlo) pochi pensavano che l’Eurogruppo lo avrebbe davvero messo in pratica. Più che altro sembrava una minaccia per convincere Nicosia a privatizzare le organizzazioni semi-governative e aumentare la tassa sulle aziende.

Il presidente Anastasiades aveva enfaticamente dichiarato nel suo discorso inaugurale che “non sarà tollerato alcun riferimento a un taglio del debito pubblico o dei depositi”, aggiungendo che “una simile eventualità è del tutto fuori discussione”. Il ministro delle finanze Michalis Sarris aveva pronunciato parole altrettanto rassicuranti, sottolineando che per l’Ue sarebbe stata una pazzia imporre una misura del genere, perché avrebbe messo a rischio il sistema euro.

Alla fine però la Germania e i leader dell’Eurogruppo hanno scelto questa pazzia, convinti che Cipro è un paese troppo piccolo e irrilevante e dunque il prelievo dai suoi depositi bancari non causerà alcun contagio nell’eurozona. E così hanno deciso di imporre una tassa del 6,75 per cento sui depositi inferiori a centomila euro e del 9,9 per cento sugli altri.

Naturalmente i mercati potrebbero pensarla in modo molto diverso. Forse non accadrà alla riapertura di lunedì, ma di sicuro tra qualche settimana sarà chiaro a tutti che nemmeno i depositi nelle banche europee sono al sicuro dai raid dell’Eurogruppo.

Dalle dichiarazioni rilasciate emerge chiaramente che Anastasiades è stato costretto con un ricatto ad accettare quello che viene chiamato con un eufemismo “tributo di solidarietà”. Se non l’avesse fatto, la Banca centrale europea non avrebbe fornito l’Assistenza di liquidità in emergenza alle banche cipriote dopo la scadenza del 21 marzo (rinviata di 2 mesi a gennaio). A quel punto le banche sarebbero crollate immediatamente, e i cittadini avrebbero perso una fetta molto più consistente dei loro depositi rispetto al 7-10 per cento che dovranno cedere con l’accordo.

Il male minore

Davvero Anastasiades non aveva alternative? Difficile dirlo, considerando la pressione per raggiungere un accordo politico entro venerdì scorso. Infatti tutto lascia pensare che i nostri partner Ue abbiano preso la loro decisione prima di allora, e hanno appositamente fissato per venerdì sera un incontro dell’Eurogruppo per discutere il bailout. Da quel momento le banche cipriote sarebbero rimaste chiuse per tre giorni [lunedì 18 è festivo], e questo avrebbe permesso di “scremare” i depositi prima della riapertura di martedì.

Sabato un funzionario si chiedeva se non sarebbe stato meglio lasciare che le due banche bisognose di liquidità da parte della Bce affondassero anziché accettare il taglio dei depositi. Ma la verità è che il problema non resterebbe confinato a queste due banche, per via dell’interdipendenza tra gli istituti e perché una corsa agli sportelli contagerebbe l’intero sistema. Senza dubbio questo sarà l’unico argomento a cui potrebbe aggrapparsi Anastasiades per spiegare come mai ha consentito al taglio dei depositi: l’alternativa sarebbe stata il collasso delle banche, la bancarotta di stato e l’uscita dall’euro.

Con le spalle al muro, il presidente ha scelto il male minore, anche se probabilmente nessuno gli riconoscerà questo merito. Resta il fatto che l’Ue ha offerto un “pacchetto di salvataggio” progettato per distruggere e non per salvare ciò che resta dell’economia cipriota.

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