Idee Arcipelago Ucraina | Serbia

La Serbia nazionalista dalla parte dei carnefici di Putin in Ucraina

Mentre il mondo si è unito nel condannare l'aggressione della Russia all’ Ucraina, i media serbi glorificano i crimini dell’invasione, celebrando la distruzione delle città ucraine e sostenendo le forze armate russe nella loro campagna contro Kiev. Un mix pericoloso e terribile di nazionalismo, propaganda e complottismo, osserva da Belgrado lo scrittore Tomislav Marković.

Pubblicato il 21 Luglio 2022 alle 12:28
Questo articolo è riservato ai nostri membri

A febbraio Informer, il più popolare tabloid della Serbia, titolava “L’Ucraina attacca la Russia!”. Il suo proprietario e direttore è da decenni un amico intimo del Presidente serbo Aleksandar Vučić. Questo titolo surreale non è un’eccezione nella rappresentazione giornalistica della guerra in Ucraina. Al contrario, è un chiaro segno della fascinazione che Putin esercita da molti anni in Serbia. A differenza del resto del mondo, che ha condannato l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia, i mezzi d'informazione sotto il controllo di Aleksandar Vučić si sono dati alla glorificazione sfrenata di quei crimini.

Tabloid, siti web, quotidiani, settimanali e canali televisivi nazionali celebrano la distruzione delle città ucraine, assicurando un sostegno incondizionato alle forze armate russe affinché perseverino nella loro campagna contro Kiev. I direttori e i giornalisti di questi media votati alla disinformazione sono caduti in un profondo stato di estasi: l’uccisione dei civili, le città rase al suolo e la distruzione di chiese e monumenti li riempiono di entusiasmo.

In numerose città di tutto il mondo si sono tenute manifestazioni a sostegno degli ucraini, a Belgrado, invece,  sono stati organizzati raduni di massa dove la folla acclamava Vladimir Putin e disegnava sull’asfalto la lettera Z (riprendendo quella disegnata sui mezzi militari russi). Il mondo intero rabbrividisce davanti ai servizi che mostrano in diretta i cadaveri per le strade di Buča, gli edifici in fiamme a Kiev e Charkiv, gli ospedali e le scuole demoliti, le auto bruciate, i civili che si riparano dai proiettili russi nelle stazioni della metropolitana e i milioni di profughi ucraini che lasciano il loro paese: i cuori dei sostenitori serbi di Putin, invece, fanno i salti di gioia. Anziché compassione per le vittime innocenti, c’è una diffusa indulgenza nei confronti dei criminali.

Neutralità impossibile

Mentre i suoi lacché nei mezzi d'informazione celebrano morte e distruzione, Aleksandar Vučić finge di essere politicamente neutrale. La Serbia ha votato a malincuore per la risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite che condanna con la massima fermezza l’aggressione russa e chiede al Cremlino di cessare immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina, ma si ostina a rifiutare di imporre sanzioni contro la Russia. Moltissimi funzionari europei, senatori statunitensi e diversi diplomatici, hanno incontrato Vučić, mettendo in chiaro che era giunto il momento di scegliere: la Serbia sarebbe stata dalla parte dell’Europa o avrebbe sostenuto la Russia? 

Il meglio del giornalismo europeo, ogni giovedì, nella tua casella di posta

Nonostante le pressioni, Vučić mantiene la Serbia in un limbo, né in cielo né in terra. Ovviamente non si può rimanere neutrali di fronte all’atroce campagna della Russia contro l’Ucraina. Rimanere neutrali quando un carnefice massacra una vittima significa mettersi dalla parte del carnefice.

L’atteggiamento della Serbia nei confronti della guerra in Ucraina va ulteriormente chiarito. L’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale televisivo satellitare Russia Today si occupano di diffondere la propaganda del Cremlino in altri paesi, invece in Serbia la maggior parte delle testate nazionali si muove come se facessero parte dell’apparato russo sotto il comando diretto di Vladimir Putin e del Roskomnadzor, l’agenzia federale russa per la supervisione dei mezzi d’informazione e il monitoraggio delle comunicazioni. 

Il problema, però, non riguarda solo la sfera dell'informazione, che è già il prodotto di politiche disastrose. Il governo di Belgrado non ha mai rinunciato all’ideologia nazionalista della “grande Serbia”, il cui obiettivo è riunire in un unico stato tutte le regioni popolate da serbi in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia, e che ha portato alle guerre nella ex Jugoslavia. L’unica eccezione è stata la breve premiership di Zoran Đinđić, ma questo tentativo di ritorno alla civiltà è stato interrotto dal suo assassinio il 12 marzo 2003, compiuto dalle stesse forze che hanno scatenato le guerre e cercato di creare una grande Serbia.

Gli attuali leader politici serbi hanno partecipato attivamente all’impresa criminale comune (come fu definita dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia) nelle guerre degli anni Novanta. Il Presidente Vučić era un alto funzionario del Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj, condannato per crimini di guerra. Il suo partner di coalizione, Ivica Dačić, leader del Partito socialista di Serbia, era il portavoce di Slobodan Milošević, Presidente serbo dal 1989 al 1997, accusato di crimini contro l’umanità per la pulizia etnica portata avanti in Bosnia-Erzegovina, Croazia e Kosovo.

Uno dei più stretti collaboratori di Vučić, il ministro dell’interno Aleksandar Vulin, ha cominciato la sua carriera come funzionario della Sinistra jugoslava, il partito fondato dalla moglie di Milošević, Mirjana Marković. L’attuale Ministra per l’integrazione europea, Jadranka Joksimović, è stata redattrice dell’organo di stampa del Partito radicale serbo Velika Srbija (grande Serbia), il cui nome parla da sé.

Una pace provvisoria

Nessun funzionario politico in Serbia ha mai ammesso che a Srebrenica (dove nel luglio 1995 l’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina massacrò ottomila bosniaci musulmani) fu commesso un genocidio. Al livello statale non c’è stato alcun confronto con il passato. Al contrario, tutte le élite politiche, dei mezzi d'informazione, culturali, ecclesiastiche e sociali negano le responsabilità della Serbia per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

La storia recente è stata falsificata: la versione ufficiale è che i serbi sono sempre stati delle vittime, mai dei carnefici. Dopo aver scontato la pena, i criminali di guerra tornano in patria, sono accolti dai più alti dignitari dello stato, entrano nei comitati centrali dei partiti al potere e ottengono cariche di rappresentanza ben remunerate e spazio nei media per esporre la loro verità, una verità rimasta incomprensibile per il Tribunale penale internazionale.


Categorie

Sei un media, un'azienda o un'organizzazione? Dai un'occhiata ai nostri servizi di traduzione ed editoriale multilingue.

Sostieni il giornalismo europeo indipendente

La democrazia europea ha bisogno di una stampa indipendente. Voxeurop ha bisogno di te. Unisciti a noi!

Sullo stesso argomento