“Stanno solo aspettando che anche io muoia. E dopo tutti questi anni mancherà poco: gli altri qui accanto già sono morti tutti. La verità è che per noi e per i nostri terreni ormai rovinati non è ancora stato fatto niente e, a questo punto, è evidente che mai niente si farà”. A parlare, gentile quanto rassegnato, è Pierino Antonioli, uno degli agricoltori a cui i veleni sprigionati dalla Caffaro Chimica di Brescia – una cittadella industriale nata a 900 metri dal centro storico della città lombarda, a ridosso di una scuola elementare e incastrata tra le case – hanno stravolto e condizionato l’esistenza.
A Marsiglia, le fa eco quella di Maguy Fèvre che vive in un quartiere segnato da tassi “demoniaci” di inquinamento da metalli pesanti causati dalla fabbrica Legré-Mante: “Non aspettano altro che moriamo. Scaricano il problema su altri perché non hanno il coraggio di far rispettare la legge”.
Nelle case di chi vive accanto ai siti contaminati – a Brescia, così come nella fiamminga Zwijndrecht, in Belgio, e a Marsiglia – riaffiora sempre la stessa domanda: se esiste il principio “Chi inquina paga” (Ppp, vedi box annesso), perché, anche a distanza di decenni, continuano a pagare soprattutto i cittadini? Stephane Horel, giornalista investigativa di Le Monde e coordinatrice del Forever Pollution Project lo ha amaramente osservato: i residenti finiscono spesso per accettare, inconsapevolmente, un compromesso con la propria salute – e in solitudine.
I veleni di Brescia
Pierino e la moglie Franca non hanno mai smesso di ricordare e di raccontare la loro storia e quella della Caffaro Chimica, aprendo ogni volta le porte della vecchia cascina, che sta qualche metro a sud dello stabilimento e dove il tempo non sembra essere passato, perché tutto – dagli arredi alla disposizione della veranda – è rimasto immobile dal 2001 ad oggi, da quando cioè l’inquinamento da Pcb (policlorobifenili), diossine, cromo esavalente, mercurio e metalli pesanti è diventato pubblico, così come le sue ricadute: terreni, acque e falde contaminati per chilometri, interi quartieri da bonificare, oltre 30mila famiglie coinvolte.

Ben presto gli Antonioli scoprirono che quei Pcb erano penetrati nel sangue, avvelenando non solo loro, ma anche i loro figli. I valori restituiti dalle analisi erano allarmanti: 600 nanogrammi di Pcb per millilitro, a fronte di un limite – stimato in eccesso – di 10.
Nell’arco di una notte, Pierino ha perso il lavoro – e il sostentamento – di una vita, perché tutto (campi, animali, coltivazioni) era inquinato. Sono passati venticinque anni e la sua famiglia, ad oggi, non ha ancora ricevuto alcun risarcimento. Anzi, a un certo punto, si è persino trovata a dover pagare l’Imu su quei terreni infestati e non più utilizzabili. “Oltre al danno, anche la beffa” ricorda. Franca oggi ha 81 anni, Pierino ne ha compiuti 83, il suo sangue è ancora impregnato di Pcb. E sta affrontando le cure per il suo quinto tumore.
Una manciata di metri più a nord rispetto alla cascina degli agricoltori bresciani centinaia di famiglie, per anni, hanno mandato i figli a scuola senza sapere davvero cosa ci fosse sotto i loro piedi. “Nel 2006 scopriamo che i bambini non potevano più uscire in giardino. Chiediamo spiegazioni, ma nessuno risponde”. Guido Menapace, tra i promotori delle mobilitazioni nate in uno dei quartieri rovinati dalla Caffaro Chimica, ricorda così l’inizio di questa storia: “L’inquinamento c’era, le istituzioni lo sapevano, ma non era stato comunicato. Abbiamo dovuto scoprirlo da soli, facendo accesso agli atti e ricostruendo pezzo dopo pezzo ciò che era successo”.
“Nel 2006 scopriamo che i bambini non potevano più uscire in giardino. Chiediamo spiegazioni, ma nessuno risponde” – Guido Menapace
Prima ancora di scontrarsi con la burocrazia, il movimento ha dovuto fare i conti con la diffidenza degli stessi residenti: “Molti ci dicevano di lasciar perdere. Avevano paura che, parlando dell’inquinamento, le case perdessero valore. C’era persino chi si vergognava di dire che abitava in un quartiere contaminato”. Serviranno sette anni di proteste, l’occupazione della scuola, dell’assessorato all’Ambiente e dell’Asl per ricevere risposte.

La bonifica del giardino scolastico è arrivata solo nel 2016. Per i parchi pubblici del quartiere, dove i bambini non potevano calpestare l’erba, bisognerà aspettare un altro decennio. Ma il conto non è stato saldato da chi ha provocato l’inquinamento: “Il principio dovrebbe essere semplice: chi inquina paga. Qui a pagare sono ancora le vittime”.
I lavori vengono finanziati con risorse pubbliche che – ricorda Menapace – “vengono tolte ad altri servizi pubblici”, mentre per le aree private il peso continua a ricadere sui cittadini. “Molti evitano di far analizzare il terreno del proprio giardino e orto, perché se scoprono che è contaminato rischiano di ritrovarsi con l’obbligo di bonificare a proprie spese. E i preventivi sono salati, vanno dai 1.050 ai 1.200 euro al metro quadrato: meglio non sapere”.
Un colosso americano nelle Fiandre
Dal 2022, l'impianto chimico 3M Zwijndrecht è legalmente obbligato a condurre indagini e a effettuare la bonifica del suolo contaminato presente sulla sua proprietà. Non è obbligato, però, a risarcire dall’inquinamento i residenti delle aree circostanti. Jeroen Van Reeth, che vede la fabbrica del colosso americano dalla propria camera da letto, racconta che quando nel 2021 uscì la notizia di un grave inquinamento da Pfas (Per- and polyfluoroalkyl Substances, sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate, dette anche inquinanti eterni), è rimasto sorpreso – come tutti. “Ci sono molte leggi e le emissioni sono rigorosamente regolamentate, quindi credevamo che la situazione sarebbe stata sotto controllo".

L'esposizione cronica anche a bassi livelli dei Pfas è stata collegata a danni al fegato, colesterolo alto, riduzione delle risposte immunitarie, basso peso alla nascita e diversi tipi di cancro. I suoi vicini Wendy D’Hollander e Stefanie Bellinkx seguono a tutt’oggi le raccomandazioni delle autorità sanitarie che furono emesse allora: hanno smesso di consumare ortaggi e uova dei propri orti e cercano di evitare che i figli giochino con la terra nel giardino.
Il governo fiammingo ha condotto uno studio di biomonitoraggio poi tra il 2023 e il 2025 e mostra una tendenza al ribasso dei livelli di Pfos (un composto specifico dei Pfas) nel sangue rispetto al 2021 e, dunque, non è possibile formulare alcuna affermazione in merito a nessi causali tra l’esposizione ai PFAS e gli effetti sulla salute.
La comunità si è mobilitata, specialmente le donne: nel 2023, Hedwig Rooman e Wendy – insieme ad altre – hanno analizzato il loro latte materno e hanno trovato alti livelli di Pfas. “Quello per cui ci battiamo ancora oggi è per loro”, raccontano. Dopo anni, l'Ovam, responsabile della supervisione del suolo nelle Fiandre, ritiene che sia necessaria la bonifica del suolo anche nelle aree vicine al sito. “I lavori sono previsti per la fine dell’anno”.

Tuttavia, il governo fiammingo ha deciso di non estendere il programma di analisi del sangue su larga scala agli ex residenti o a un'area geografica più ampia ma i livelli di contaminazione dei precedenti biomonitoraggio risultavano così fuori norma che in realtà 3M si è anche impegnata a rimuovere e sostituire 70 cm di terreno nei giardini della zona rossa.
“Ci sono persone che hanno lavorato per il loro giardino per vent’anni e ne hanno creati di bellissimi, e saranno risarcite per ricostruirlo. Ma, ad esempio, chi sceglie di non farlo dovrebbe avere il diritto di rifiutarsi che il proprio giardino venga scavato. C’è anche chi ha deciso di andarsene per questo”, spiega Els D'Hondt, ex abitante di Zwijndrecht.
Alcuni, pur riconoscendo le storture, decidono di restare. “Per me è difficile vendere casa mia a qualcun altro sapendo che è ancora inquinata”, spiega Toon. Oltre al legame affettivo o morale, non è così semplice vendere una casa a Zwijndrecht. Come raccontano Els e Stefanie, l’Ovam ha riferito che se rifiuti il timbro dell'igiene pubblica, sul certificato di proprietà la tua casa verrà registrata come inquinata: i prezzi, per una potenziale vendita, saranno ovviamente al ribasso. Gli impegni di bonifica dichiarati non sono sufficienti a pagare il danno effettivo.
“Ci sono ancora circa 60 tonnellate di Pfas nel terreno sotto la 3M, e questa è solo la quantità che si conosce perché gli edifici che hanno dato origine all'inquinamento verranno demoliti”, avverte Jeroen. “E dal corso d'acqua che attraversa la 3M, l'inquinamento gocciola anche fuori dal canale, finisce nei corsi d'acqua e nel grande fiume”. Per Els vivere accanto a un’industria chimica inquinante e provare a contrastarla è come la lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento. “Per bonificare completamente, servono tecniche molto costose che non ci si può permettere per una zona come questa”.
Due pesi e due misure a Marsiglia
“Per noi è qualcosa di enorme. È un caso di giurisprudenza che ha valore nazionale in Francia”. Così Rolland Dadena, uno dei coordinatori dell’Association Santé Littoral Sud (Asls), commenta la sentenza del tribunale amministrativo di Marsiglia che, a dicembre 2024, ha condannato lo Stato francese per “inerzia colpevole” nell’utilizzo dei poteri che avrebbero potuto imporre la bonifica del sito contaminato da oltre un secolo di attività di diverse fabbriche nei calanchi di Marsiglia, tra cui la Legré-Mante.

La decisione segna una svolta nella battaglia di alcune associazioni ambientaliste locali – tra cui l'Asls – contro lo stato e il fondo d’investimenti Ginkgo, oggi proprietario del sito e promotore di un vasto progetto residenziale sull’ex area industriale. Come riportato dai giudici, il terreno presenta concentrazioni di piombo, arsenico e zinco fino a 500 volte superiori ai valori normali, con un danno significativo agli ecosistemi e alla collettività.
“Sono i proprietari, gli inquinatori, a essere rispettati, non la popolazione” – François
La vittoria legale, però, ha avuto esiti contrastanti. Nei siti all’interno del Parco nazionale dei Calanchi, lo stato ha avviato interventi di confinamento degli inquinanti che Rolland definisce “titanici”. A Legré-Mante, invece, dove la responsabilità della bonifica ricade oggi su Ginkgo, il meccanismo si è inceppato: nonostante la sentenza imponesse al prefetto di utilizzare i propri poteri per obbligare il proprietario ad avviare gli interventi entro dieci mesi dalla notifica del giudizio, nulla si è mosso. “Perché è stato possibile là e non qui?”, si chiede Rolland.
La stessa frustrazione percorre il quartiere. Maguy, che attribuisce la morte del marito per un tumore del sangue alla probabile esposizione agli inquinanti, chiede che il prefetto imponga a Ginkgo di bonificare il sito prima di costruire. Per François, abitante del quartiere ed ex operaio della Legré-Mante, il principio chi inquina, paga “non esiste affatto, non è rispettato. Sono i proprietari, gli inquinatori, a essere rispettati, non la popolazione”.

Persistono poi i timori sanitari: in alcuni giardini sono stati rilevati metalli pesanti e le autorità hanno raccomandato ai loro abitanti di non consumare ortaggi coltivati in loco, oltre ad adottare precauzioni per limitare l'esposizione alle polveri contaminate. Per questo diversi abitanti del quartiere hanno aderito a una denuncia penale collettiva “per aver messo in pericolo la vita altrui”. Chiedono non solo un risarcimento, ma soprattutto il riconoscimento di un danno morale. “Non siamo mai stati rispettati”, conclude François.
Anche i posti inquinati sono luoghi felici
L’inquinamento emerge dopo anni, le istituzioni intervengono in ritardo, la responsabilità si frammenta. Nel mezzo restano le persone, che vivono l’esposizione quotidiana agli agenti tossici in attesa di una risposta giuridica alla domanda “qual è il prezzo da pagare?”. Stéphane Horel una risposta prova a darla: “Che valore hanno 30 anni di vita in più se a 50 anni ti ammali di cancro? Anche guarendo, la tua salute resta compromessa. Se i responsabili politici fossero stati onesti sui termini di questo contratto implicito, lo avremmo davvero firmato come società? Sono certa di no”.
Il principio nei tre casi non scompare, ma si restringe: da promessa di riparazione a intervento parziale sui siti contaminati. Dai propri giardini inquinati ma dai ricordi felici, i residenti di Brescia, Marsiglia e Zwijndrecht si chiedono ancora perché, malgrado la loro responsabilità sia stata accertata, i colpevoli dell’inquinamento non li abbiano risarciti per i danni alla salute e alle loro proprietà e perché un principio limpido e chiarissimo come quello sancito dalla formula “chi inquina paga” non venga effettivamente applicato
Pierino e sua moglie Franca, in tutti questi anni, hanno dovuto sopravvivere con una pensione di poche centinaia di euro, ma – come dice lui – “noi siamo gente semplice: ci basta poco per campare. Ciclicamente si parla di soldi per la bonifica, di risarcimenti dallo stato. A noi non è mai arrivato un centesimo. E, ormai, siamo vecchi...”.
Il principio “Chi inquina paga”
Il principio: Il principio “Chi inquina paga” (Polluter Pays Principle – Ppp) è un cardine del diritto ambientale dell'Unione europea, sancito dal Trattato sul funzionamento dell'Unione europea: stabilisce che i costi della prevenzione, del controllo e della riparazione dell'inquinamento devono ricadere su chi lo causa, non su chi lo subisce.
Origine: Introdotto nel 1972 dall'Ocse, il principio è stato progressivamente esteso: dai costi di prevenzione e controllo dell'inquinamento alla responsabilità per il danno ambientale causato – anche quando l'inquinamento rientra nei limiti di legge o deriva da eventi accidentali.
Come viene applicato: Nell'Ue, il Ppp si applica attraverso la Direttiva sulla responsabilità ambientale (Eld), che obbliga a misure preventive in caso di minaccia imminente e impone bonifica o ripristino quando il danno si verifica. Il principio è recepito anche nella Direttiva quadro sui rifiuti, in quella sulle acque e nella normativa sulla valutazione dell'impatto ambientale.
Cosa rientra nella responsabilità di chi inquina e cosa rimane fuori: Il Ppp obbliga il responsabile a bonificare i siti contaminati e ripristinare l'ambiente, ma non garantisce automaticamente il risarcimento delle persone colpite – per danni alla salute, al patrimonio o alle attività economiche. Per ottenere un indennizzo i cittadini devono agire in giudizio, dimostrare il danno e il nesso causale con l'inquinamento. Nessuna tutela collettiva automatica è prevista dal diritto europeo.
Criticità: Secondo la Corte dei Conti europea (Rapporto speciale 2021) l'applicazione del Ppp resta incompleta: in molti casi i costi della bonifica gravano ancora sulle finanze pubbliche – quando il responsabile non è identificabile, non è solvibile o la normativa non prevede strumenti adeguati. La commissione europea ha riaffermato che anche la bonifica dell'inquinamento da Pfas deve applicare il Ppp, riservando le risorse pubbliche ai soli “siti orfani”. Tuttavia, l'Ue non dispone ancora di una normativa uniforme sul risarcimento dei danni alla salute: la tutela dei cittadini dipende in larga parte dalle legislazioni nazionali e dalla capacità dei singoli di agire in giudizio.
Fitness check: Riconoscendo l'applicazione parziale del principio, la commissione europea ha avviato un fitness check – una valutazione complessiva del Ppp in 76 atti legislativi e fondi Ue tra i 27 stati membri – che esamina chi si fa carico dei costi di prevenzione, controllo e risarcimento ambientale. La pubblicazione era prevista per il 2025 ma il rapporto non è ancora stato formalmente rilasciato.
La Corte europea dei Diritti dell’uomo (Cedu): Una tutela parallela viene dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu), che non applica direttamente il Ppp ma può accertare la responsabilità degli stati per inerzia di fronte all'inquinamento – invocando il diritto alla vita (art. 2), al rispetto della vita privata (art. 8) o il divieto di trattamenti inumani (art. 3). Due sentenze recenti segnano un'evoluzione significativa: nel 2024, nel caso Klima Seniorinnen c. Svizzera, la Grande camera ha riconosciuto che l'inerzia climatica di uno stato può violare i diritti fondamentali. Nel 2025, nel caso Cannavacciuolo c. Italia – relativo alla cosidetta “Terra dei Fuochi” – la Corte ha accertato la violazione del diritto alla vita per decenni di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, utilizzando per la prima volta studi epidemiologici come prova e imponendo all'Italia di bonificare, risarcire e informare la popolazione entro due anni.
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