L'Europa non ha perso il suo fascino. Nessuno lascerà volontariamente la zona euro.

Socrate disse che nessuno fa il male volontariamente. Io interpreto così questa affermazione: le cose cattive accadono quando la forza di volontà si indebolisce. A me non sembra che trovare soluzioni e percorsi possibili nell'attuale crisi finanziaria sia una missione sovrumana. Dopo tutto, i leader dell'Unione europea continuano a incontrarsi qua e là.

E stanno cercando soluzioni tra un vertice di Bruxelles e l'altro, ormai a intervalli sempre più brevi. Ma le soluzioni proposte non hanno successo.

Manca una prospettiva globale. Il perché dell'Unione europea, la sua ragion d'essere, è stata smarrita. Ci saranno sempre modi per migliorare le istituzioni europee e adattarle all'occorrenza. La sfida è a un livello superiore, ed è chiaramente una questione di sopravvivenza: se le vecchie nazioni europee non si uniranno e non formeranno un fronte unitario, moriranno.

Ma i leader europei non l'hanno capito?

Se sì, perché agiscono con così poca unità? La questione delle dimensioni è diventata di cruciale importanza con la globalizzazione. Merkel sa senza ombra di dubbio che il destino della Germania si deciderà anche nel cortile europeo. Per questo, dopo qualche esitazione iniziale, ha scelto una sia pur moderata forma di solidarietà. Tuttavia sta consentendo che Germania, Francia, Italia e Spagna si dividano di fronte alla crisi. Se i nostri paesi possono dividersi per le pressioni dei mercati finanziari, allora moriranno, insieme e singolarmente.

Sta dicendo che l'idea di una comunità europea per destino non è ancora maturata?

Non nella pratica. La globalizzazione porta con sé caos globale, e non esiste più una forza di polizia globale – ruolo per molto tempo ricoperto dagli Stati Uniti. Gli attori in campo forse non vogliono la guerra, ma non sono animati da buone intenzioni gli uni nei confronti degli altri. Ciascuno sta giocando la sua partita. In questa confusione anarchica l'Europa deve affermarsi e affrontare le minacce con decisione. La Russia di Putin, desiderosa di riconquistare parte di ciò che ha perso, è una minaccia. La Cina, uno stato schiavista burocratizzato, è una minaccia. L'islamismo militante è una minaccia. L'Europa deve imparare a pensare ancora una volta in termini di ostilità. Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, per esempio, non la pensa così quando afferma che un cosmopolitismo delle buone intenzioni può unire tutti in una cittadinanza globale.

In molte parti del mondo l'Europa è vista come un faro di libertà e diritti umani.

Ma gli ideali e i valori non danno vita a delle bastano a dare prospettive. Le nazioni europee possono esprimere un attraente pluralismo di valori, ma presentarli come se fossero parte di un catalogo non basta. E' invece importante affrontare le sfide nella loro globalità. L'Europa sta esitando al limite dell'ipocrisia. Ci sono due modi per evitare le sfide: distogliere lo sguardo e far finta che non esistano o avere un atteggiamento fatalista, ossia scrollare le spalle e far finta che non ci sia niente da fare. Il grande storico Arnold J. Toynbee ha valutato le culture sulla base della loro capacità di reagire alle sfide. L'Europa ha la volontà di affrontare il suo destino?

Questo è il risultato della mancanza di una vera leadership?

E' qualcosa di più. E' in gioco anche il fallimento degli intellettuali, l'indifferenza dell'opinione pubblica e l'isolazionismo. Prendiamo le elezioni in Europa. Qual è il ruolo della politica estera e del posto dell'Europa nel mondo nel dibattito politico? Pochi anni fa l'Unione europea si dotò di un'alta rappresentante per la politica estera e le politiche della sicurezza, Catherine Ashton, che disponeva di un'agenda separata e di migliaia di funzionari civili. Dov'è finita, cosa sta facendo e chi ha più sue notizie? Il XXI secolo sarà il secolo dei grandi continenti e dei rapporti che vorranno o non vorranno intrattenere tra loro. Se l'Europa non entrerà in questa dimensione ripiomberà nel XIX secolo e la nostra politica sarà basata esclusivamente su lontani ricordi: l'Europa, il continente del tormento e della nostalgia.

Cosa potrebbe rivitalizzare l'energia intellettuale? I pensatori tedeschi e francesi sono stati a lungo affascinati gli uni dagli altri, una fascinazione iniziata con la Rivoluzione Francese e proseguita fino al movimento studentesco del 1968.

Si trattava di una forma di curiosità scaturita dalla rivalità e dalla competizione. Ci guardavamo con attenzione e ci conoscevamo molto bene. Negli ultimi decenni la distanza intellettuale è cresciuta notevolmente. Ci sono sempre state differenze nei modi di pensare. Hegel descriveva la Parigi dell'Illuminismo come un esempio di "regno animale intellettuale" dell'espressione personale. I francesi discutevano e si maledicevano: adoravano le differenze e le dispute. Le loro discussioni avevano qualcosa in comune con il giornalismo e lo spettacolo, ma non con il rigore accademico. I tedeschi lavoravano sui grandi sistemi per spiegare le cose, alla ricerca di un regno del sapere che sopperisse alla mancanza di unità politica e religiosa. Oggi entrambi i paesi sono gravati da una depressione intellettuale. L'intellighenzia come classe sociale non esiste più in Francia e in entrambi i paesi manca di coerenza. Si è persa nei meandri del postmodernismo.

Quindi chi volesse schivare le grandi sfide non ha più nemmeno bisogno di grandi narrazioni?

Questo è ciò che Lyotard vede come la fine dei sistemi e delle ideologie. Ma il postmodernismo, apparentemente non ideologico, è esso stesso un'ideologia. Io lo interpreto come la materializzazione del movimento dell'oltraggiato – l'oltraggio in quanto forma di protesta morale è esso stesso un fine. La forma è il contenuto. Mi ricorda il personaggio di Oskar Matzerath nel Tamburo di latta di Günter Grass: io vedo, batto un colpo di tamburo e il mondo, insopportabile, va in pezzi.

La fantasia di un bambino?

L'Europa è ancora un parco giochi delle idee. Ma il pensiero è talmente frammentato e appesantito dagli scrupoli da fuggire di fronte alla prova della realtà. In questo senso, è il riflesso allo specchio della politica.

La prima parte dell'intervista su Presseurop.eu