Prendo un caffè con Liam, che rolla abilmente una sigaretta, bagna la cartina con la saliva, soffia fuori il fumo e dice: "Ho letto un capitolo del tuo romanzo. Ottima traduzione. Di solito scrivi horror?" Galway e Fiume (Rijeka) sono le capitali della cultura del 2020, motivo per il quale ho incontrato il membro più attivo della scena artistica irlandese. Liam è chitarrista, pittore e poeta. Durante il mio breve soggiorno a Galway è stato anche il mio ospite e guida della città.
Non ho scelta, dovrò fare del mio meglio, anche se mi sembra evidente che non ne verrà fuori niente. Siamo vicini per età e interessi ma sono certo che non ci capiremo, e questo non è dovuto né alla mia modesta conoscenza dell'inglese, né al forte accento gaelico di Liam. "Questo non è horror", dico a Liam. "È la realtà nei Balcani".
Gli articoli della serie “Arcipelago Jugoslavia”:
- Kosovo, il fallimento della “vita migliore”
- Serbia, una vita sulla scena del delitto: “Ho visto il peggio della razza umana”
- In Slovenia sognavamo la democrazia e ci siamo svegliati con il capitalismo
- Bosnia Erzegovina, l’ora dell’apocalisse
- Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta (Croazia)
- La “Fratellanza e Unità” in ex Jugoslavia: un fantasma crollato con la guerra (Macedonia)
Nello sguardo di Liam leggo meraviglia e tristezza. Dietro, intuisco un lettore di codice a barre col quale cerca di cogliere le tracce di un mio eventuale sarcasmo. Non le trova e, come se parlasse a se stesso, borbotta: "For fok sake, Porca puttana". L’imprecazione, uscita con sincerità, quasi accidentalmente, mi fa capire che il trauma dei Balcani si perpetuerà all'infinito e che non troveremo alcun conforto al di fuori dello spazio ristretto della nostra regione. Liam non si rende nemmeno conto di confermare la mia tesi quando dice: "Sì, il trauma da guerra è qualcosa di orribile". Non ci capiamo, non possiamo capirci, eppure mi prendo la responsabilità di spiegargli. Non per il suo bene, ma per motivi puramente egoistici: mi dà sollievo parlarne di nuovo.
Ricordo esattamente quando è cominciato il trauma. Non nel momento che qualcuno dall'esterno, qualcuno come Liam, potrebbe facilmente accettare. Non sto parlando del trauma che ti dà l'esperienza della guerra in sé. Parlo del trauma che vive una persona che cerca di tornare a vivere normalmente dopo la guerra, del trauma inflitto dal suo stesso ambiente. Ricordo il momento in cui sono andato in guerra. Eravamo seduti nel club Palach, a bere birra e ad ascoltare musica rock. Alla Tv stava passando la notizia che i serbi, per protesta, avevano tagliato l'acqua potabile in un ospedale psichiatrico a Verlicca. Stavamo guardando la tv tutti insieme e qualcuno ha detto: "Sono pazzi, non smetteranno finché non avranno ottenuto tutto quello che vogliono". Non sapevo esattamente cosa stessero facendo, ma sapevo che qualcuno doveva opporsi. Qualcuno che era bravo a resistere in ogni occasione, appropriato o no che fosse. Qualcuno che era bravo a entrare in una rissa e a dividere i combattenti senza sapere chi aveva cominciato né perché, qualcuno che litigava con i suoi compagni di classe quando prendevano in giro i bambini rom o albanesi a scuola. Qualcuno come me.
Non mi importava dello stato che si stava sgretolando, non mi importava di quello che si stava formando, così come non mi importerebbe di un altro eventuale stato, se qualcuno mi obbligasse a viverci domani. Vengo da Fiume, una città che ha cambiato nove stati in meno di cento anni. .
Il primo segno del trauma è stata la frustrazione. Quando siamo arrivati sulla zona dei combattimenti il comandante ci ha detto di conservare l'ultima pallottola per noi. Ho trovato la cosa esilarante, un cliché cinematografico. Ma poi tutto quanto è cominciato, e aveva il sapore di qualcosa che conoscevo già e che era tutt’altro che innocuo. Ci è stato detto che eravamo lì per difendere i confini del paese, la democrazia, la nostra stessa, un sogno secolare e tante altre cose, alcune delle quali non significavano nulla per me.
Non mi importava dello stato che si stava sgretolando, non mi importava di quello che si stava formando, così come non mi importerebbe di un altro eventuale stato, se qualcuno mi obbligasse a viverci domani. Vengo da Fiume, una città che ha cambiato nove stati in meno di cento anni. Anche con tutta la buona volontà del mondo, non riesco a entusiasmarmi all’idea di vivere in uno di questi nuovi stati che sono stati messi lì per assecondare le idee dei politici e i loro accordi… Per quanto mi riguarda i confini non sono altro che linee su un atlante: oggi sono così, domani chissà.
Il discorso di benvenuto del comandante mi ha fatto pensare a mio zio Ivan, partito per la guerra nel 1942, quando aveva quattordici anni. I soldati italiani stavano bruciando i villaggi, senza distinzione, l’uno dopo l’altro mano a mano che avanzavano. Quando furono nei pressi del villaggio di mio zio, egli prese il forcone e, insieme a dei giovani della sua età e ad altri con qualche anno di più, li attaccò. Alla fine dell’azione, conclusa con successo, i partigiani presero Ivan e altri del suo villaggio, li divisero in gruppi e cercarono di formarli alla disciplina, spiegando loro che la lotta per la “sopravvivenza” era in realtà motivata dal desiderio di abbattere il sistema esistente, e che il loro scopo era quello di costruire un mondo migliore. Mio zio non conosceva il significato di “lotta di classe” o “rivoluzione”; non aveva mai sentito parlare di Marx e Lenin, e ancor meno del socialismo. Gli interessava solo rimandare i fascisti da dove erano venuti per poter tornare alla sua vita.
Mentre l'ufficiale di fronte a noi snocciolava con sicurezza nozioni, morbosamente ebbro della sua stessa retorica retorica – che era completamente scomparsa quando, un decennio dopo, l’ho visto in televisione ammutolito al Tribunale dell'Aia – ho pensato a questo episodio. Il pensiero è andato immediatamente a mio zio Ivan: ho unito due punti lontani nel tempo come se fossero nello stesso spazio e ho avuto la chiara sensazione che qualcosa non fosse giusto.
La mia impressione che qualcosa non fosse giusto divenne ancora più forte quando le cose si fecere più chiare, come se la nebbia si fosse improvvisamente alzata. Dopo un soggiorno in ospedale, non ho lasciato il mio appartamento per un anno. Durante questo periodo diversi ex commilitoni vennero regolarmente a venire a farmi visita, facendomi sapere che non dovevo preoccuparmi, e che avrebbero fatto tutto il possibile per farmi avere una pensione migliore. Ma non ero preoccupato, non volevo la pensione. Rivolevo solo la mia routine, la mia vita.
Queste persone pensavano di farmi un favore, continuarono a parlare di come potevano aumentare la mia invalidità, come avrebbero raccontato che ero stato ferito in un'azione militare che aveva avuto luogo dopo che ero stato congedato dall'esercito, perché conoscevano le persone giuste, perché non si abbandona un amico. Pensavo che dovessero avere una grande stima di me: erano disposti a mentire solo per rendermi la vita più facile al mio ritorno dalla guerra. Più resistevo, più insistevano con veemenza, fino a quando la loro insistenza si trasformò in aggressione. La nebbia si è alzata anche dai miei occhi: non lo facevano per me, ma per loro stessi.
Non avevo combattuto per un paese che non amavo, ma non amavo il paese per cui avevo combattuto.
Si era formato un nuovo gruppo di “richiedenti”, e le loro probabilità di successo dipendevano in larga parte dal loro numero. Pretendevano il privilegio e lo status di eroe, con tutto quello che ne consegue. Una volta che l’ho capito, ho detto addio a quella gente per sempre: ai loro occhi non ero più il giovane dai capelli lunghi con una giacca di pelle un po’ punk che aveva combattuto per la sopravvivenza, ero diventato qualcuno che odiava il suo paese. Ma la verità è un'altra: non avevo combattuto per un paese che non amavo, non amavo il paese per il quale avevo combattuto.
Questo cambiamento di prospettiva lo devo interamente a coloro che hanno sfruttato la guerra come trampolino di lancio per la loro carriera: parlo di un gruppo di persone che è stato capace di convincere prima di tutto sé stesso e poi chi aveva intorno, un gruppo che la guerra ha reso speciale. A loro andavano eretti monumenti, a loro andavano concessi privilegi mentre erano ancora vivi.
Tra questi, una casta speciale è formata da quelle persone che avevano voluto il caos, che hanno goduto dell'esplodere della violenza e che si sono arricchite con la sofferenza degli altri. Ed è a causa di costoro che oggi chiunque abbia combattuto in guerra e abbia conservato la sua umanità prova vergogna anche solo a menzionare il fatto di avervi partecipato. Queste persone sono un trauma più profondo e più grande per gli altri che la guerra stessa. Sono sinceramente dispiaciuto per chi non lo capisce.
Eppure costoro non sono nemmeno la cosa peggiore nel nostro album di ricordi degli orrori dei Balcani. La cosa peggiore è che si integrano perfettamente nel sistema attuale: uno stato dove la competenza non è valorizzata ma dove quello che conta è la militanza politica nazionalista, a tutti i livelli. Se fosse solo il caso dei vertici del sistema politico sarebbe meraviglioso: significherebbe che la piramide funziona ai livelli inferiori.
Ma è il contrario. Lo stato, a tutti i livelli di competenza – quelli fondamentali così come quelli inferiori – è nelle mani di persone incompetenti ma perfettamente obbedienti. In questo paese le associazioni e i club sportivi sono meglio gestiti della cosa pubblica: perseguono obiettivi chiaramente formulati che si sono dati come gruppo; i politici invece vivono lo stato come un bancomat dal quale prelevare senza limiti mentre “il popolino” fa la fila composto aspettando che uno di loro faccia cadere per sbaglio una moneta. Per le persone decenti e chi lavora non c’è niente da cavare da questo distributore.
A questo va aggiunto il fatto che l’arroganza della classe politica è sfacciata. Ogni azione, ogni dichiarazione, sembra una presa in giro dei cittadini, un gesto che ha il sapore di un colpo a un moribondo o del prendersi gioco di una persona disabile.
Sono allergico a coloro che si prendono gioco degli altri. Vedo le cose in maniera molto semplice: penso che la maggioranza abbia il dovere di proteggere la minoranza, che questa sia nazionale sociale o sessuale non ha nessuna importanza. In questo paese avviene esattamente il contrario, e questo è un trauma che in Croazia è durato molto più a lungo della guerra.
Liam mi ascolta in un pub di Galway, annuendo vistosamente. Si sta probabilmente chiedendo se lo sto usando come cavia per stimolare la mia immaginazione o provare un eventuale dialogo per un futuro romanzo; forse, si chiede se quello che dico è il frutto della mia fantasia, se è realmente accaduto e se continua, ancora, ad accadere in Europa, non così lontano dal suo paese. Tutto questo va al di là della sua comprensione. "Hai ucciso?", mi chiede, mordendosi subito dopo il labbro inferiore e scusandosi, aggiungendo che non si fanno questo genere di domande agli ex soldati. Io lo guardo, penso ai miei amici che si sono tolti la vita, nonostante non abbiamo sparato un solo colpo durante la guerra. Chi non si è ucciso ha scelto l’alcool o gli psicofarmaci per trovare un rifugio, una zona di comfort temporanea che li ha poi consumati. Ho visto da vicino dove porta questa strada e ho deciso di imparare dai loro errori.
Oggi sono conosciuto per i miei scritti sulla guerra. Per tanti il mio nome non significa nulla ma quando viene citato il titolo di un mio romanzo la reazione di solito è: “Ah, lo conosco!” L’opera ha superato l’autore e questo è esattamente quello a cui ogni scrittore aspira. È naturale, dovrebbe essere così: come servitore della parola pensi che la parola è migliore di te, ti ci avvicini con umiltà e prima di scrivere ringrazi. Le baci la mano e le dici “Grazie per avermi scelto.”
Dopo la guerra non ho toccato una sola goccia d'alcol, cercando un modo per tirarmene fuori. Non è stato facile, soprattutto di notte. Per dieci anni non ho dormito e non è che non volessi farlo. La notte, ogni notte, mi mettevo il pigiama e mi coricavo, con l’intenzione di dormire. E lì il mio cervello entrava in ebollizione, fino alla follia. Leggevo testi noiosi, guardavo programmi notturni in tv: facevo di tutto per stancarmi, per esaurirmi. Ma la stanchezza da sola non basta. Dieci minuti di sonno ogni due ore era il massimo che potevo concerdermi.
Poi ho cominciato a scrivere. Storie di persone comuni con vite comuni, niente di eccitante, ma abbastanza per riposare un po'. Scrivere della guerra non mi è mai venuto in mente. Avevo chiuso con la guerra, non avevo più niente da dire al riguardo.
Ma ogni volta che pensavo di aver trovato la pace, alzavo la testa, mi guardavo intorno e vedevo una fossa piena di fango. Marcio morale, spirituale… in ogni senso e da ogni lato. Una realtà distorta si stava giocando alle mie spalle. La guerra continuava a essere un problema, soprattutto come giustificazione per attività criminali.
Per capire l'inutilità di questo ritorno al passato basta ricordare che il 1990 è tanto lontano da oggi quanto il 2050 lo è nel futuro: diventa sempre più chiaro che questo paese non è stato creato per avere un futuro, ma per consegnare il futuro ai criminali e alle loro famiglie. La mia frustrazione è cresciuta fino a diventare insopportabile, fino a quando ho realizzato che era arrivato il momento di raccontare la mia versione della guerra. Raccontare o scrivere.
E così ho scritto due romanzi sulla guerra, o meglio, due romanzi contro la guerra. Alla guerra ho anche offerto un libro di poesie nel quale ciascuna comincia con il simbolo della triplice croce con cui i credenti vengono benedetti prima della lettura del Vangelo, quando vogliono mettere insieme pensieri, parole e cuore. Il mio Vangelo però non proclama la buona novella dopo che è partita la pallottola: nessuna frase comincia con una maiuscola, perché nella guerra non c'è nulla che valga la pena di essere magnificato e glorificato.
Oggi sono conosciuto per i miei scritti sulla guerra. Per tanti il mio nome non significa nulla ma quando viene citato il titolo di un mio romanzo la reazione di solito è: "Ah, lo conosco!". L’opera ha superato l’autore e questo è esattamente quello a cui ogni scrittore aspira. È naturale, dovrebbe essere così: come servitore della parola pensi che la parola è migliore di te, ti ci avvicini con umiltà e prima di scrivere ringrazi. Le baci la mano e le dici “Grazie per avermi scelto.”
Il mio successo non mi rende felice, non l’ho mai voluto. Certamente, volevo scrivere: la scrittura è sempre stata parte di me, come per tanti altri, nel profondo, da qualche parte in attesa di essere risvegliata, riattivata. Per me risale al quarto anno di scuola quando mi venne chiesto cosa volevo fare da grande e ho risposto “lo scrittore”.
È successo: sono diventato uno scrittore; il mio lavoro è riconosciuto, anche se per colpa di altri e non per merito mio. Mi è stato imposto di scrivere della guerra, perché in questo paese se ne parla incessantemente da trent'anni, continuando così a riesumare le ossa di tutti quelli che, invece, ho sepolto da tempo dentro di me. Mi piacerebbe scrivere di altre cose, di viaggi, di ricerca, di quello che nutre l’anima. Ma non posso. Ogni volta che mi metto a scrivere, arrivano, come i predatori verso l'acqua, arrivano con i loro mantra rabbiosi: guerra, dopoguerra, crisi.
Mi è stato imposto di scrivere della guerra, perché in questo paese se ne parla incessantemente da trent’anni, continuando così a riesumare le ossa di tutti quelli che, invece, ho sepolto da tempo dentro di me. Mi piacerebbe scrivere di altre cose, di viaggi, di ricerca, di quello che nutre l’anima. Ma non posso.
Ci fanno discorsi dalle loro corti dorate, ci raccontano quanto sia difficile e quanto dobbiamo risparmiare, perché abbiamo avuto la guerra... Come se avessero scelto deliberatamente di torturarmi in questo modo. Le giunte militari in Sudamerica hanno usato metodi simili. Lo stesso discorso politico è stato recitato ai detenuti ogni giorno per mesi. I prigionieri finivano per sbattere la testa contro il muro o mordersi i polsi per fermare la tortura. Ho l'impressione che i politici oggi sottopongano la minoranza che è rimasta “normale” a questa tortura.
Non smettono di parlare della guerra. Dopo averli ascoltati per anni e anni decido, invece di sbattere la testa contro il muro, di prendere la penna. Invece di mordermi, mi do un pugno al plesso solare, entro in me stesso, e quando arrivo al punto in cui ho la nausea, esco dalla mia stessa gola. Ma questa volta, invece di guardare giù dal balcone e chiedermi se è abbastanza alto, come ho fatto già due volte, decido di trovare carta e penna e scaricare le mie budella sul foglio. Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta, semplicemente, e già che ci sono, lo faccio senza trattenermi.
Capisco e accetto che per molte persone la guerra è la cosa più eccitante che abbiano vissuto. Di fronte a queste persone, con un certo imbarazzo, ammetto che non è il mio caso.
Colei che mi ha sempre atteso ha detto “sì”. Non c’è nulla di paragonabile. Nessun altro mi avrebbe aspettato come ha fatto lei. Ha atteso il mio ritorno dall’Esercito popolare jugoslavo. Ha atteso il mio ritorno dalla guerra. Ha aspettato il mio ritorno dall’ospedale, dopodiché ha aspettato fossi del tutto guarito. E poi ha aspettato che tornassi ad essere me stesso, l’uomo che, mi ha detto, quando ha visto per la prima volta a una festa, le ha fatto tremare le ginocchia. Credo stia ancora aspettando quell’uomo, che non è mai tornato.
Quell'uomo è rimasto bloccato da qualche parte, nella tarda pubertà, alla fine di un'estate che doveva durare per sempre. Un altro uomo è tornato al suo posto e, invece dell'estate infinita che non eravamo destinati ad avere, abbiamo ottenuto quello che abbiamo ora e che sarà, sino alla fine.
Ma lasciamo che duri. Mi sento ancora vittorioso. Verità, pace, non violenza e giustizia sono in cima alla lista delle mie priorità. Il primitivismo collettivo dal quale mi sento invaso nel luogo dove vivo non è una ragione sufficiente per lamentarsi. Questo non lo dico a Liam: certi pensieri è meglio tenerli per sé. So cosa direbbe, ma non sono sicuro di poter sopportare di sentirlo ancora una volta: "For fok sake".
Questo articolo fa parte del progetto Archipelago Yugoslavia, della rete Traduki. È pubblicato in collaborazione con la S. Fischer Stiftung e tradotto con il sostegno della European Cultural Foundation.
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