Ero bambino, poi adolescente, quando la Jugoslavia si è sciolta in un bagno di sangue. Mentre Slobodan Milošević, comandante supremo dell'esercito del Male, tentava di distruggere il mio paese, io crescevo come individuo e come essere pensante. Credo di poter parlare a nome di tutti i miei coetanei nati negli anni Settanta quando dico che l'aver vissuto la guerra in Jugoslavia ha influito su di noi in modo decisivo, determinando ciò che siamo diventati e diventeremo.
"La dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia" è probabilmente il termine più usato, ma non il più preciso: la si dovrebbe definire, piuttosto: “un susseguirsi di omicidi crudeli e sleali compiuti per i motivi più spregevoli”. L'inizio della strage è generalmente situato nel 1991, anno dell'uscita di Slovenia e Croazia dalla Jugoslavia e dell'inizio dei conflitti armati. Personalmente mi trovo più d'accordo con Srđa Popović [attivista e uomo politico serbo, ndr], che ha saputo interpretare forse meglio di chiunque altro quegli orrori e che data la fine della Jugoslavia al 28 settembre 1990, giorno in cui la Serbia di Milošević adottò la propria Costituzione, scindendosi ufficialmente dalla Repubblica federale. Con quest'atto legislativo, la Serbia si autodichiarò una nazione indipendente e sovrana, e smise di rispettare l'ordinamento giuridico della Jugoslavia. La Serbia fu, di fatto, il primo paese a uscire dalla Jugoslavia: un avvenimento che passò inosservato nel caos di quel periodo tormentato, mascherato dalla propaganda di Milošević, che dichiarava di voler preservare lo stato federale. In realtà, il suo piano era di intraprendere una guerra allo scopo di creare una Grande Nazione Serba e diventarne l'unico leader.
Gli altri articoli della serie “Arcipelago Jugoslavia”:
- Kosovo, il fallimento della “vita migliore”
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- In Slovenia sognavamo la democrazia e ci siamo svegliati con il capitalismo
- Bosnia Erzegovina, l’ora dell’apocalisse
- Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta (Croazia)
Avevo 14 anni all'epoca, andavo alle medie. Il mondo che avevo appena cominciato a conoscere, un mondo basato su un sistema socialista che sembrava solido, stabile e destinato a durare per sempre, stava implodendo. All'improvviso, tutto quello che avevo imparato a scuola non serviva più a nulla, tutto era distrutto, bruciato e insanguinato, e dal fuoco e dal sangue era nato qualcosa di nuovo, una creatura deforme e molto, molto più spaventosa del mostro di Frankenstein. Così, com'era solito dire il filosofo Radomir Konstantinović, cominciò la nostra convivenza con il mostro, che continua ancora oggi: il mostro del nazionalismo, infatti, è ancora vivo e vegeto. Si è semplicemente ritirato nella sua grotta per leccarsi le ferite dopo le numerose battaglie perse, in attesa dell'occasione giusta per una nuova strage.
Odio, sciovinismo, violenza, crimini, campi di concentramento, genocidi, povertà, disgregazione sociale, criminalità, omologazione nazionale, riabilitazione dei Cetnici [paramilitari serbi, ndr], gruppi di milizie volontarie, bellicismo, bombardamenti, isolamento, sanzioni, teorie complottiste, negazione dei crimini, glorificazione di assassini di massa: ecco il contesto nel quale sono cresciuto. Ma non ho tempo di autocommiserarmi o lamentarmi del mio triste destino, comportamenti fin troppo comuni nel mio paese: tutto sommato, me la sono cavata abbastanza bene. Abitavo il territorio degli invasori, in cui nessuna guerra è stata combattuta. Sono stato fortunato, a differenza di tanti croati, bosniaci o kosovari, che hanno sofferto per il solo fatto di non essere serbi e che hanno perso amici, vicini di casa, genitori e famiglie.
La ricerca di una spiegazione razionale
Negli ultimi anni della sua vita, Srđa Popović scrisse: "Solo dopo aver vissuto ci rendiamo conto di che cosa abbiamo vissuto." Io stesso non sono immune a questo saggio aforisma, con una piccola variazione: solo una volta diventato adulto, un uomo prova a comprendere ciò che ha vissuto da bambino. Dopo decenni di pratica, posso dire che non un compito per niente facile. Dopo aver letto centinaia di pagine, testi ed analisi su ciò che ci è successo, e dozzine di libri intelligenti, ben strutturati e capaci di spiegare quasi tutto, ho ancora la sensazione che nulla sia stato chiarito. Ancora peggio: io stesso ho scritto diverse migliaia di pagine sulla distruzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sul nazionalismo legato alla Grande Serbia, su crimini di guerra e negazionismo, sul ruolo giocato dagli intellettuali e dalla chiesa nella contro-rivoluzione nazionalista, sul revisionismo storico e su decine di argomenti correlati, ma sono ancora tormentato dall'incomprensibilità di quegli orrori, un'incomprensione nella quale abbiamo continuato a vivere nei decenni successivi.
Così, come era solito dire il filosofo Radomir Konstantinović, cominciò la nostra convivenza con il mostro, che continua ancora oggi: il mostro del nazionalismo, infatti, è ancora vivo e vegeto. Si è semplicemente ritirato nella sua grotta per leccarsi le ferite dopo le numerose battaglie perse, in attesa dell’occasione giusta per una nuova strage.
Non sono l'unico ad avere questa sensazione: la pensano come me persone che hanno studiato il dramma della Jugoslavia più seriamente, attentamente e con più cognizione di causa. Nell'estate del 2000, dopo decine di interviste e articoli, dopo aver passato anni a predire ciò che sarebbe successo e, poi, a svolgere un'analisi forense della discesa negli inferi della società serba, Srđa Popović raccontò di alcuni suoi amici di lunga data convertiti al lato oscuro, che diffondevano odio e incitavano deliberatamente alla guerra e alla violenza. "Hanno stravolto la mia concezione della natura umana. Mi è apparso chiaro che le persone sono capaci di imprevedibili metamorfosi, che le amicizie sono fragili, e che in certe condizioni gli esseri umani possono trasformarsi in mostri. Sto ancora cercando, senza successo, di capire come questo sia possibile. So che alcune di queste persone cercavano una strada rapida verso il potere, altre si lasciarono trasportare dalla sete di gloria, ed altre ancora erano corrotte, ma ancora non riesco a capire come la ragione, l'onore, la decenza, la compassione umana abbiano potuto estinguersi in modo così repentino."
Il libro di Sonja Biserko Kovanje antijugoslovenske zavere ("La nascita del complotto anti-Jugoslavia") propone un'analisi esaustiva dell'élite intellettuale e del programma nazionalista serbo, descrive la successione degli eventi dal 1966 al 2006 e contiene centinaia di citazioni. Dopo un colto e dettagliato resoconto della genesi del nazionalismo della Grande Serbia, lungo quasi 400 pagine, Biserko conclude: "Non può esistere una spiegazione razionale per quello che è successo in Serbia, non soltanto negli ultimi due decenni, ma durante tutto il XX secolo. Non c'è una spiegazione per tutte le vittime evitabili delle guerre che si sono succedute nei Balcani nel secolo scorso, né per tutti quegli anni di arroganza megalomane". Per quanto attentamente si studino il male e le sue macabre manifestazioni, e sebbene si possano trovare spiegazioni logiche per atti individuali di violenza politica e ideologica, rimane sempre un residuo di irrazionalità che sfida ogni categorizzazione razionale; un'inquietudine che risuona nel nostro inconscio ripetendo la stessa domanda all'infinito: com'è potuto accadere?
È esattamente di questo che parla il protagonista del racconto di Faruk Šehić Pregaženi čovjek ("L'uomo travolto") quando dice "se qualcuno può spiegarmi che genere di persona si sveglia una mattina nel 1992, tira fuori il fucile dal suo nascondiglio, appende il tricolore serbo con la quadrupla ‘S’ in bella vista sopra la porta di casa, entra in casa del vicino, lo rincorre nel fango, lo fa inginocchiare e, estratta la baionetta, uccide un uomo, il suo vicino, il suo testimone di nozze, un amico di lunga data; se qualcuno potesse spiegarmi tutto ciò razionalmente, frammentando la storia in porzioni semplici, sarebbe più facile per me vivere. Non credo che la risposta esista. Scienza moderna, parapsicologia, religione, metempsicosi: niente e nessuno possiede la formula magica per risolvere questo dilemma che porteremo con noi fino alla tomba."
L’incontro con il male
Abbiamo tutti sperimentato quello che Joseph Brodsky, nel suo discorso per la cerimonia dei diplomi al Williams College, ha descritto come "l'incontro con il male". La semplice, laconica definizione di qualcosa che avremmo cercato di capire per il resto delle nostre vite. In un'altra occasione, Brodsky descrisse il sistema stalinista come una "catastrofe antropologica", un termine che ben si adatta alla nostra situazione e che sarebbe anche un ottimo candidato per definire la nostra organizzazione sociale. Non vivo in una democrazia, in una dittatura, né in una "stabilocrazia": vivo in una catastrofe antropologica. Di tutti i possibili termini per descrivere questo sistema anomico e amorfo, questo sintagma mi è sembrato di gran lunga il più adatto.
“Se qualcuno può spiegarmi che genere di persona si sveglia una mattina nel 1992, tira fuori il fucile dal suo nascondiglio, appende il tricolore serbo con la quadrupla ‘S’ in bella vista sopra la porta di casa, entra in casa del vicino, lo rincorre nel fango, lo fa inginocchiare ed estratta la baionetta uccide un uomo, il suo vicino, il suo testimone di nozze, un amico di lunga data; se qualcuno potesse spiegarmi tutto ciò razionalmente, frammentando la storia in porzioni semplici, sarebbe più facile per me vivere. Non credo che la risposta esista.”
Faruk Šehić
La storia, o qualche altro potere proveniente dall'oltretomba, ha messo il me stesso di trent'anni fa, quel bambino ormai scomparso, di fronte al male. Decine di anni dopo l'uomo che, come suole descriversi anche Zbigniew Herbert, "non ha nulla in comune con quel bambino a parte la data di nascita e le impronte digitali", prova a trarre una qualche conclusione da ciò che ha vissuto in gioventù, per cercare di comprendere l'accaduto attraverso le conoscenze acquisite nel frattempo, conoscenze di cui quel ragazzino confuso non disponeva.
È facile smantellare il nazionalismo farneticante di Dobrica Ćosić [primo presidente della Repubblica di Yugoslavia e sostenitore della “Grande serbia”] o Matija Bećković [scrittore e poeta serbo], e ribaltare le loro banalità scioviniste riguardo un "nuovo insediamento umano" o "la parola serba più preziosa", ma raggiungere un compromesso con le esperienze vissute da quel ragazzino è ben più complicato. Perché non furono né Ćosić né Bećković a stilare liste di prescrizione nel dicembre del 1990 con i nomi di chi non aveva votato per il Partito Socialista serbo di Milošević, liste che includevano anche i nomi dei suoi genitori. Furono i suoi vicini di casa, collaboratori locali dell'UDBA [polizia segreta della Jugoslavia] a scrivere i loro nomi, forse in cambio di soldi, forse in maniera del tutto spontanea: nel grande slancio patriottico di quei tempi i delatori, almeno quelli, non mancavano.
L’uomo che aveva insegnato a quel bambino a giocare a scacchi, colui che gli aveva mostrato la difesa siciliana, la partita italiana e il gambetto di donna, si unì ai volontari di Vojislav Šeśelj (condannato nel 2018 per crimini contro l’umanità) all'inizio della guerra, diventando lui stesso un pedone in una partita in cui i più forti giocavano con le vite altrui. Al ritorno dalla zona di guerra in Slavonia, perennemente ubriaco e con i nervi a pezzi, l'uomo raccontò al ragazzo cosa si prova a ripulire un'area, a manciare una bomba a mano in una casa e a restare a guardare brandelli pezzi di bambini volare per aria. Il ragazzino ascoltava, scioccato e incredulo, incapace di concepire come quell'uomo silenzioso e placido con cui, fino al giorno prima, aveva passato pomeriggi interi davanti ad una scacchiera, avesse potuto trasformarsi in un mostro. All'inizio pensò che il giocatore di scacchi stesse esagerando, che raccontasse bugie. Qualche mese dopo, lo scacchista si tolse la vita, impiccandosi ad una trave della soffitta della casa in cui era nato.
Gli uomini che l'hanno spinto ad andare in guerra sono ancora vivi, in salute, potenti e ricchi. Uno di loro, fino a non molto tempo fa, era un membro del Parlamento, un altro è l'ex presidente della Serbia, un terzo è attualmente in carica. L'uomo con la stessa data di nascita e le stesse impronte digitali di quel bambino ha ancora sugli scaffali i libri che gli ha regalato il giocatore di scacchi: biografie di grandi giocatori e campioni come Anatoly Karpov e José Raúl Capablanca. Ad oggi, non è sicuro se il giocatore di scacchi stesse dicendo la verità o se traesse qualche macabra soddisfazione nel vantarsi di atti di guerra inventati. È difficile credere che qualcuno con cui si è cresciuti sia diventato un criminale.
Al ritorno dalla zona di guerra in Slavonia, perennemente ubriaco e con i nervi a pezzi, l'uomo raccontò al ragazzo cosa si prova a ripulire un'area, a manciare una bomba a mano in una casa e a restare a guardare brandelli pezzi di bambini volare per aria. Il ragazzino ascoltava, scioccato e incredulo, incapace di concepire come quell'uomo silenzioso e placido con cui, fino al giorno prima, aveva passato pomeriggi interi davanti ad una scacchiera, avesse potuto trasformarsi in un mostro.
Il bambino è cresciuto. All'epoca dello scoppio della guerra in Kosovo, era ormai un giovanotto. Un suo familiare ha combattuto quella guerra come giovane ufficiale nell'esercito della Jugoslavia. Al suo ritorno, non voleva parlare delle sue gloriose battaglie; ma una sera d'estate, l'alcol fece il suo dovere e spinse il soldato a spalancare le porte della sua anima. Pieno di entusiasmo, dichiarò che nulla al mondo era paragonabile alle gioie della guerra, che niente era più bello ed elettrizzante delle battaglie, degli spari, dell'affrontare il nemico. Rimpiangeva soltanto di vivere nell'epoca moderna, con armi che richiedevano di stare a distanza dall'esercito nemico: avrebbe voluto che la guerra del Kosovo si fosse tenuta nel Medioevo per combattere corpo a corpo con gli avversari, usando coltelli, sciabole o le mani nude. Quanto avrebbe voluto avere una macchina del tempo, tornare nel passato e combattere i turchi, per sentire il brivido di un vero combattimento, la sensazione più piacevole del mondo.
Il non-più-bambino pensò a Dmitri Karamazov dopo aver sbirciato in simili profondità dell'animo umano disse: "L'uomo è ampio, davvero troppo ampio. L'avrei fatto più stretto." Ma dato che questo è un compito impossibile, l'unica opzione che ci resta è ampliare la nostra comprensione della natura umana. Molti anni dopo, nel libro Oklevetani rat ("La guerra calunniata") di Miloš Crnjankski lessi questo passaggio: "Ma coloro che sono stati in guerra e hanno giaciuto in mezzo ai morti sanno che la guerra è meravigliosa e che non c'è momento più alto nella vita di un uomo, né ora né mai, della partecipazione cosciente ad una battaglia." Questa frase mi suonò in qualche modo familiare, come se ci fossimo già incontrati.
Regolare i conti
L'incontro con il peggiore dei mali, che distrugge tutto sul suo passaggio, determina inevitabilmente la nostra concezione della natura umana durante gli anni della formazione, una concezione che si basa su un pessimismo antropologico. Questa posizione non ha nulla a che vedere con le inclinazioni ideologiche, ma trae piuttosto le sue origini da esperienze estremamente concrete e traumatiche. Ho visto con i miei stessi occhi persone trasformarsi in demoni nel giro di una notte: persone per bene, padri di famiglia, cittadini rispettabili che fino ad allora non avrebbero fatto male ad una mosca, all'improvviso assettati di sangue, in cerca di un ultimo regolamento di conti con gli "Ustascia", i "Balije" o i "Šiptar"[rispettivamente: movimento nazionalista croato, vocabolo dispregiativo usato per descrivere i bosniaci, termine offensivo riferito agli albanesi, ndr], strane entità di cui queste persone avevano un'idea confusa, dato che pochi di loro ci avevano avuto a che fare di persona. Ma la mancanza di fondamento empirico non impedì loro di battersi per lo sterminio di altri esseri umani, semplicemente perché la propaganda rabbiosa di Milošević li aveva classificati come nemici.
Non c'è cosa, per quanto assurda, a cui le persone non crederebbero, purché venga ripetuta abbastanza frequentemente dalle autorità. Queste ultime potevano, per esempio, dirti con tutta la tranquillità del mondo che la Serbia non era in guerra, e allo stesso momento inviare la tua famiglia e i tuoi vicini al fronte. O che quello che è accaduto a Srebrenica non è stato un genocidio, ma solo un caso di rappresaglia contro i soldati, nonostante tutti abbiano visto alla televisione i filmati in cui il gruppo paramilitare degli Scorpioni uccide e stupra brutalmente i bambini di Potočari. Eravamo in balìa di qualcosa che Nadezhda Mandelstam descrive come "persone che hanno coscientemente rinunciato alla bontà e si dedicano anima e corpo a mettere in pratica i peggiori istinti che albergano in loro stessi e nei loro compatrioti." Appare chiaro che non ci vuole molto per portare alla luce queste pulsioni, che si situano nella parte più sensibile dell'anima e reagiscono al più piccolo stimolo bellicoso.
Ho visto il peggio della razza umana, quella deformata dall'odio, assetata di sangue, maligna, feroce e vigliacca. Non voglio generalizzare, ma non posso distaccarmi da conclusioni tratte dal vivere in una società che si è posta volontariamente sul cammino dell'autodistruzione e della rovina, come se un'intera comunità avesse deciso di suicidarsi e di trascinare con sé tutti coloro che le stavano intorno. Sono conclusioni devastanti, con le quali è difficile convivere, ma che ciononostante è necessario stampare nero su bianco.
Gli esseri umani, per natura, non sono né benevoli né razionali; quella umana è una specie folle, contorta, primitiva, perfida e meschina. Non esiste forma di crudeltà, di ferocia, di tortura o di abuso, nulla che un essere umano non farebbe ad un suo simile semplicemente perché può farlo. Se un'infanzia ed un'adolescenza trascorse nel mezzo di questa catastrofe antropologica ci hanno insegnato qualcosa, è che gli esseri umani sono tutti fondamentalmente cattivi. Anche Joseph Brodsky, che è cresciuto ed ha vissuto nel medesimo sistema sociale descritto in precedenza fino a impazzirne, giunse alla stessa conclusione.
Ho visto il peggio della razza umana, quella deformata dall’odio, assetata di sangue, maligna, feroce e vigliacca. Non voglio generalizzare, ma non posso distaccarmi da conclusioni tratte dal vivere in una società che si è posta volontariamente sulla strada dell’autodistruzione e della rovina, come se un’intera comunità avesse deciso di suicidarsi e di trascinare con sé tutti coloro che le stavano intorno.
Ad un primo sguardo, questa desolante conclusione può sembrare fatalista, frutto del pessimismo antropologico, ma non è così: gli esseri umani, infatti, non sono malvagi per natura, ma soltanto quando scelgono volontariamente di scatenare i loro istinti più bassi. Se accettiamo l'idea che gli umani siano fondamentalmente malefici e capaci delle peggiori crudeltà, possiamo partire da questo concetto e costruire qualcosa di concreto. L'accettazione potrebbe quindi essere il primo passo nel percorso del popolo serbo verso la consapevolezza, verso il confronto con i crimini commessi in nostro nome. La convinzione che siamo tutti potenzialmente dei criminali è più vicina alla verità, più umile e meno pericolosa che quella secondo cui siamo tutti angeli discesi dal cielo.
Partendo dalla prima constatazione, possiamo erigere una società fondata sul bisogno di proteggere gli altri dalla nostra stessa malvagità, un ragionamento che sta alla base di ogni sistema legale. A cosa servono, altrimenti, le leggi? Se ci basiamo sulla seconda ipotesi, quella in cui concepiamo noi stessi come esseri magnifici, superuomini, membri di un popolo celestiale… sappiamo tutti dove andremo a finire: in una spirale di violenza, criminalità, genocidi e fascismo. Questa è l'unica lezione che posso trarre da questo collasso totale, l'unico barlume di speranza in questa fitta rete di oscurità.
Forse è una buona cosa che quel bambino sia scomparso senza lasciare traccia, dato che non posso dirgli quali conoscenze ho acquisito, né ciò che la sua esperienza straziante mi ha insegnato. Conoscendolo, avrebbe respinto queste argomentazioni con disprezzo, liquidando le mie riflessioni come false consolazioni di un uomo di mezza età che tenta di fare pace con il mondo. Se la mia inaffidabile memoria non m'inganna, quel bambino era profondamente in disaccordo con ogni forma di collaborazione con la tetra struttura dell'universo.
Questo articolo fa parte del progetto Archipelago Yugoslavia, della rete Traduki. È pubblicato in collaborazione con la S. Fischer Stiftung e tradotto con il sostegno della European Cultural Foundation.
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