Il laboratorio d’Europa ha fallito

A lungo considerato il modello dell’integrazione europea, alle prossime elezioni il Belgio rischia la spaccatura tra fiamminghi e valloni. Una metafora delle crescenti divisioni tra nord e sud all’interno dell’Unione.

Pubblicato su 11 Giugno 2010 alle 15:47

Dopo le ultime elezioni generali tenutesi in Belgio, nel 2007, ci vollero ben 282 giorni per formare una coalizione di governo. Il paese è chiamato nuovamente alle urne il 13 giugno, e stavolta la faccenda potrebbe essere ancora più complicata.

Tra gli abitanti di lingua olandese delle Fiandre, nel nord del paese, i sondaggi danno in testa Bart De Wever dell’N-Va, un agguerrito populista che descrive gli abitanti francofoni del sud come “parassiti” che vivono alle spalle dei parsimoniosi fiamminghi. De Wever vorrebbe che il sistema fiscale fosse diviso in due, come pure il welfare e gran parte della spesa pubblica. Il re e il paese chiamato Belgio possono rimanere, per il momento, ma la “naturale evoluzione” delle Fiandre – a detta di De Wever – consiste nel diventare uno stato indipendente.

Tra i francofoni, che costituiscono il 40 per cento della popolazione belga, i sondaggi danno in testa Elio Di Rupo, un socialista il cui grido di battaglia è “Solidarietà in Belgio” (e quindi avanti con i trasferimenti di denaro dalle Fiandre). Sebbene l’indebitamento pubblico del Belgio sia al 99 per cento del Pil, Di Rupo promette aumenti sopra al tasso di inflazione nella spesa per l’assistenza sanitaria e le pensioni. In qualche modo, per formare un governo bisognerà trovare un compromesso tra i due.

Non è stata una campagna elettorale degna di nota. I leader belgi non hanno fatto granché contro la peggiore crisi degli ultimi anni. Hanno invece litigato su questioni legate ai diritti linguistici in una serie di comuni fiamminghi con forti minoranze francofone e su altri incomprensibili dissidi locali.

Per anni il Belgio, con la sua struttura federale, ha pensato di poter essere una sorta di modello per l’Unione europea, dove i poteri avrebbero potuto essere delegati verso il basso alle singole regioni e verso l’alto a un euro-superstato, lasciando nel mezzo, come altrettanti gusci vuoti, le nazioni. Naturalmente ai belgi una simile visione piaceva, in quanto garantiva di dissolvere il loro problematico regno nell’ambito degli Stati Uniti d’Europa (con Bruxelles come capitale). Invece, l’Europa è andata nella direzione opposta. Gli stati-nazione si sono dimostrati degli ossi e pochi grandi leader nazionali hanno finito col dominare l’intera politica dell’Unione europea.

Retorica secessionista

Le elezioni di questi giorni hanno invece messo in luce un altro modello per l’Europa: un’unione nella quale le divergenze tra nord e sud minano l’integrazione economica e politica. Prendiamo gli slogan di De Wever: non soltanto denuncia la sproporzione fiscale a sfavore delle Fiandre, ma arriva perfino ad accusare gli ispettori fiscali di essere meno zelanti nel sud, e brontola perché sulle autostrade delle Fiandre ci sono più autovelox che in Vallonia. Il ministro fiammingo regionale del bilancio, un collega di partito, deplora che mentre le Fiandre chiuderanno il bilancio del 2011 in attivo, gli amministratori francofoni di Bruxelles e della Vallonia manterranno il loro deficit per almeno altri cinque anni.

Poco più a nord, le elezioni olandesi del 9 maggio non hanno dato molto peso all’Europa. Ma Mark Rutte, leader del partito liberale Vvd e probabile futuro primo ministro, ha promesso di adoperarsi per ottenere grossi sgravi nei pagamenti deli Paesi Bassi all’Ue e ha liquidato come una forma di “riciclaggio di denaro” gli aiuti che l’Unione europea destina alle regioni più povere. Questo scontro di civiltà tra sud e nord ricorda i titoli dei giornali tedeschi che chiedevano perché la Germania deve pagare mentre i greci vanno in pensione a 55 anni.

L’Europa è spaccata in due: da un lato c’è il blocco tedesco, deciso a salvare l’euro con una rigida disciplina di bilancio, dall’altro il blocco meridionale guidato dalla Francia, che vuole superare la crisi con altre soluzioni, per esempio prestiti a basso costo tramite gli eurobond e solidarietà fiscale tra paesi ricchi e poveri.

Ma se il Belgio – un unico paese con un unico Tesoro – sta facendo fatica a mantenere la propria unità fiscale, quali speranze avrà mai l’Europa di crearne una da zero, o quasi? I fautori dell’ “approccio solidale” accusano i settentrionali di egoismo. Non è così semplice: non è solo un problema di soldi. Il Belgio offre all’Europa un’altra lezione: perché i contribuenti accettino di pagare per gli altri, bisogna che credano che gli altri siano tenuti a rispondere loro del proprio operato.

Gli euro-idealisti sostengono che l’unione fiscale potrebbe essere costruita a partire dalla legittimità del Parlamento europeo. Nel mondo reale la maggior parte degli elettori non conosce o non si preoccupa affatto di chi li rappresenti a Bruxelles. Se si costruisce qualcosa di troppo grande su fondamenta fragili è normale che l’intero edificio rischi di crollare. Secondo gli idealisti alle future elezioni europee i presidenti della Commissione europea e alcuni europarlamentari dovrebbero entrare a far parte di circoscrizioni elettorali pan-europee. Una volta che il continente avrà finalmente abbracciato una politica pan-europea, diventerà possibile uniformare il fisco. Sembra ragionevole, ma le divergenze in seno all’Europa sono profonde. Per farsene un’idea è sufficiente chiedere al Belgio, un paese di dieci milioni di persone che stenta a trovare una politica pan-belga. (ab)

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