Il teatro cavalca la crisi

Se c’è un settore in salute in Germania in questi tempi di crisi, quello è certamente il teatro. La crisi fornisce semmai materiale per rappresentare le delusioni dello spirito umano contro le avversità e le l’influenza del capitalismo.

Pubblicato su 27 Agosto 2009 alle 13:15

Elfriede Jelinek è stata ancora una volta la più veloce di tutti. Il suo spettacolo Die Kontrakte des Kaufmanns, che ha debuttato nell’aprile scorso al Teatro di Colonia, è stata la prima opera teatrale a reagire esplicitamente alla crisi finanziaria. “La Borsa è crollata, ahi, ahi, ahi!”, esclama nell’opera il coro dei banchieri in una cinica valanga di parole – ed è come se questo grido risuonasse per tutto il resto della stagione. Uno sguardo alla programmazione della stagione teatrale permette di constatare una cosa: la crisi non colpisce le scene. “Il teatro è la crisi”, ha fatto notare un giorno il drammaturgo Heiner Müller. Il teatro, oggi come sempre, parla della condizione umana con le sue mancanze; ma in circostanze particolari occorrono misure particolari. Le banche falliscono? L’economia ristagna? Tanto meglio. Almeno le opere che si ispirano al capitalismo e alla crisi vanno a gonfie vele sulle scene tedesche.

E ora che il capitalismo si ritrova a navigare in pessime acque, si fa ancora una volta appello al buon vecchio Bertolt Brecht. L’opera da tre soldi? È geniale. Un punto in particolare merita oggi una riflessione: “Che cos’è uno strumento per forzare le serrature rispetto a un’azione bancaria? Cos’è una rapina in banca rispetto alla fondazione di una banca?”. Anche le opere di critica sociale, con la gente comune come potagonista, di Ödon von Horváth, hanno ritrovato recentemente una certa popolarità, proprio perché evocano gli effetti collaterali del mondo capitalistico. Raccontare le storie della gente e allo stesso tempo fare luce sul cammino globale del mondo, questo è il compito più nobile del teatro.

Se si osservano le riflessioni sulla crisi proposte da quasi tutti i direttori teatrali in calce alle loro programmazioni, si ha la netta impressione che il teatro si senta di questi tempi ancora più importante e più potente: il vero vincitore della crisi. “Vedi!”, sembra gridare. Non è infatti proprio il teatro che da secoli mette in ridicolo e denuncia la sete di potere dell’uomo e la sua bassezza? Forse è arrivato il momento di rendergli omaggio, e, sprofondati nelle sue poltrone, di ricordare quello che è davvero autentico. “Con noi i vostri soldi sono al sicuro”, il Teatro di Friburgo si faceva pubblicità con questo slogan già la stagione scorsa. E la direttrice-drammaturga Julia Lochte, osserva nella programmazione del Teatro da camera di Monaco, che le storie portate sulla scena sono il vero indice in risalita del momento.

Così il teatro prende velocità sospinto dal vento della crisi, anche se esso stesso non sa di preciso dove sta andando – e non è escluso che finisca a sua volta tra le vittime della recessione. Rivolta? Rivoluzione? Fiasco totale? La frase di Brecht “so wie es ist, bleibt es nicht” (“le cose non rimangono così come sono”), ha ora una nuova forza esplosiva, scrive Archim Thorwald, direttore artistico del teatro di Stoccarda. Eppure, se il teatro del comunista Brecht voleva cambiare il sistema e trasformare radicalmente la società, oggi si tratta più che altro di fare l’inventario del presente, nel migliore dei casi di fare un discorso produttivo. “Soldi, potere e avidità”, sono le parole d’ordine della nuova stagione. Il denaro, il romanzo di Emile Zola, sarà adattato alle scene a settembre, nel teatro di Düsseldorf, dal drammaturgo John von Düffel. Racconta la storia di Saccard, uno speculatore finanziario assetato di potere, che riesce a accumulare una fortuna colossale e a ottenere il riconoscimento della società parigina grazie a uno gioco sporco in Borsa. Per poi affondare lui stesso, naturalmente.

Stefan Kaegi, del gruppo Rimini Protokoll, in una co-produzione del Teatro di Zurigo e dell’HAU (Hebbel am Ufer) di Berlino, esamina da cima a fondo le cavallette, con l’occhio affinato dalla crisi. Gli animali sono messi in scena, osservati, il loro comportamento sonorizzato e commentato grazie alle telecamere e ai binocoli. Il pubblico ha potenzialmente molto da imparare: le cavallette hanno la fama di essere le campionesse dell’evoluzione, anche se distruggono il loro habitat.

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