L’umanità e lo spirito del capitalismo

Per risolvere problemi globali come il riscaldamento globale e la crisi economica, dobbiamo abbandonare la concezione dell’individuo spinto dall’avidità, sostiene Jeremy Seabrook sul Guardian.

Pubblicato su 24 Settembre 2009 alle 15:41

Puritani e moralisti identificano spesso il consumismo, la cultura dei bonus, la società dell’acquisizione e la filosofia del vivi ora, paga dopo con l’"avidità". Ma esse, come tutti gli altri vizi e peccati, sono state riformulate dall’ordine morale alterato del capitalismo. Molti di quelli che erano considerati fallimenti umani sono stati trasformati in virtù economiche. La bramosia è diventata ambizione, l’invidia una manifestazione di sano spirito competitivo, l’ingordigia è solo un naturale desiderio di avere di più e la lussuria una necessaria espressione della più profonda natura umana. La tentazione non è più un impulso a cui si deve resistere: è nostro dovere cedervi nel nome del più esaltato degli scopi, la "fiducia del consumatore".

Dato che quelli che in un’era primitiva erano considerati attributi negativi sono stati magicamente trasfigurati in brillanti virtù, è facile convincersi che essi rappresentino la natura umana. Ci sentiamo autorizzati a essere intemperanti, autoindulgenti e avidi. La moralità della crescita economica e dell’espansione ha invaso la psiche, il luogo dove gli uomini si confrontano con la spinta a essere migliori; oggi essa regna come l’ultima rivelazione di cosa significa essere umani. Il successo della società industriale dipende da questa tetra versione della "realtà". "Non si può cambiare la natura umana" è il primo articolo del manifesto del capitalismo; una rassegnata ammissione che gli esseri umani sono "essenzialmente" egoisti, irrimediabilmente "perduti".

Il desiderio dell’irraggiungibile

Se il primo articolo del capitalismo è stato l’inalterabilità della natura umana, il secondo è stato l’incessante rimodellamento, soggiogamento e saccheggio del resto del mondo naturale. La Natura stessa è stata infinitamente duttile, disponibile a ogni servizio agli scopi dell’"umanità". Interi continenti sono stati conquistati, foreste abbattute, fiumi deviati, la terra smembrata, i mari spogliati fino all’estinzione; solo la natura umana resta, trionfante, invincibile.

La nozione che il mondo è là perché noi lo prendiamo, mentre la natura umana resta refrattaria al cambiamento, ha portato a diverse crisi mondiali – il riscaldamento globale, l’aumento della disuguaglianza e, meno evidente ma forse ancor più significativo, un pervasivo e dannato desiderio dell’irraggiungibile. È ormai assodato che l’alterazione della biosfera, la dipendenza dal progresso, l’accumularsi degli effetti delle azioni dell’uomo hanno causato il riscaldamento globale; ma – comprensibilmente – c’è molta più riluttanza a riconoscere il ruolo dell’immutabile natura umana nello sviluppo di questa triste situazione.

Superare la concezione capitalistica dell’uomo

Quest’equazione non può essere modificata selettivamente, perché presuppone concezione olistica del mondo. Qualsiasi soluzione ai problemi posti dalla globalizzazione richiede un rovesciamento ideologico: serve l’esatto opposto del cinico e scontato fatalismo sulla natura dell’uomo, perché esso ha portato all’immobilismo e all’impotenza nell’affrontare la crisi attuale.

Il bisogno più urgente è fare i conti con questa finzione della natura umana, vista come l’unico punto fermo del costante ribollire di cambiamento e crescita. La natura umana non è quella che hanno dipinto i sedicenti profeti dell’ideologia economica. Si spinge la gente ad agire in un certo modo e poi approvare i risultati di tale comportamento come conformi alla natura umana. Se non c’è spazio pubblico per gli altri attributi dell’umanità, questa truce visione non potrà che sopraffare la nostra capacità di essere generosi, altruisti, disponibili e gentili. Sappiamo che queste doti esistono: è solo che sono ospiti sgraditi al cupo banchetto dell’economia, e non gli spetta altro che le briciole della filantropia. Spietato, egocentrico, individualista – se queste caratteristiche sono ricompensate, chi non dovrebbe coltivarle, relegando le virtù umane a una pratica furtiva, nella segretezza di una vita privata dove sono rinchiuse per evitare che rovinino il gioco economico?

Mondo industriale, individui industriali?

Forse i ricchi hanno altri modi di essere prosperi, e i poveri altre vie d’uscita dalla povertà, rispetto a quelle che conosciamo. Ma sono sbarrate dall’immutabile convinzione che le discipline dell’economia di mercato – l’alleanza tra distruzione della natura e inviolabilità della natura umana – sono ancora l’unico modo per realizzare i nostri sogni e allontanare i nostri incubi.

È ormai universalmente riconosciuto che il saccheggio della natura deve cessare; ma senza affrontare le radici di questa predazione, le nostre possibilità di sopravvivenza si riducono di giorno in giorno. Alcune domande radicali affiorano, non ultima quella sul perché è diventato così difficile distinguere tra la natura dell’industrializzazione e l’industrializzazione della nostra natura.

G20

Essere grandi non basta

In coincidenza della sua terza riunione in un anno fortemente segnato dalla crisi mondiale, il G20 è sempre più di frequente considerato come “il nuovo centro di governo del mondo”, scrive su Le Figaro Nicolas Tenzer, presidente del think tank Initiative pour le développement de l’expertise française à l’international et en Europe (Idefie). Dalla sua fondazione, risalente a dieci anni fa, il G20 ha ostituito il G7 e il G8 per diventare la sede più idonea a trattare le questioni economiche su scala planetaria. Il “G20, tuttavia, non è un’organizzazione perfetta, in grado di risolvere ogni cosa” ricorda Nicolas Tenzer. Si tratta infatti di un insieme informale di paesi, che non prende sufficientemente in considerazione gli interessi dei paesi in via di sviluppo e non saprebbe dirimere le rivalità tra i membri che lo compongono con “un colpo di bacchetta magica”. Finché il G20 non troverà una “struttura equivalente” nelle istituzioni attive della finanza internazionale (Fmi e Banca mondiale), farà qualche progresso, ma niente di “rivoluzionario”.

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