Idee Dopo le presidenziali in Polonia

Un’altra svolta a destra

La rielezione per pochi voti del presidente Andrzej Duda vanifica ogni speranza di sciogliere l’alleanza illiberale che unisce Varsavia a Budapest. Spetta ora alla società civile polacca riparare le profonde fratture lasciate da una campagna di totale divisione, spiega il direttore di Visegrád/Insight.

Pubblicato il 23 Luglio 2020 alle 08:00

La vittoria di Andrzej Duda chiude un ciclo elettorale di due anni e mezzo in Polonia. Finora sembrerebbe una vittoria dolceamara per il partito nazionalconservatore al potere Diritto e Giustizia (PiS), che è riuscito a conservare il controllo su un elemento fondamentale del potere. Il Presidente, la cui carica è l’unica eletta a suffragio diretto, ha le chiavi del processo legislativo ed elabora anche la politica estera e quella di difesa. Senza il consenso del Capo dello Stato, il Governo non è in grado di attuare nessuna modifica legislativa importante, mentre il parere del Presidente non è soltanto simbolico quando si tratta di affari esteri.

Sostanzialmente, la strategia difensiva adottata dal partito di Jarosław Kaczyński è stata tanto efficace quanto sgradevole e, sembra che avrà vita breve. Sin dalle elezioni politiche dell’anno scorso, la coalizione di Kaczyński è stata divisa da conflitti interni scaturiti da membri della coalizione più giovani ma indispensabili: uno più radicale, e uno più moderato dello stesso Kaczyński. Il PiS ha perso il senato per soli due seggi. Questo limita almeno per ora potenziali blitz legislativi, altrimenti, o il partito dovrà cercare di corrompere politicamente qualche senatore, o dovrà confrontarsi con le procedure legislative normali e i loro termini, rischiando che le sue proposte più controverse siano sottoposte all’esame dell’opinione pubblica.

I radicali mostrano ancora uno spirito rivoluzionario, e vogliono proseguire con l’epurazione del sistema giudiziario, dei mezzi d’informazione e delle Ong. Tuttavia, ora che fattori unificanti come le elezioni e le trattative sul bilancio dell’Ue sono passati, le loro idee sono riemerse. Occorre precisare che, nel corso del suo primo mandato da presidente, Duda, per motivi propri, ha bloccato o ritardato l’accaparramento del potere da parte del governo – prima a livello delle amministrazioni locali, poi sulla riforma delle giustizia – per poter dare la propria impronta sulla decisione finale. Prima che cominciasse la sua campagna, Duda ha provato a cacciare il direttore della televisione pubblica filogovernativa polacca. Non è ancora chiaro che direzione vorrà prendere per il prossimo quinquennio, ma dal punto di vista del governo non sarà meno agitato del primo.

Lap dance politica

Dal punto di vista europeo, la Polonia ha confermato la svolta ancora più a destra e ha vanificato ogni speranza che il paese possa far deragliare il treno illiberale conosciuto come “espresso Budapest-Varsavia”. Per ottenere lo stretto margine di 440mila voti, Duda ha ripreso la retorica divisiva del premier ungherese Viktor Orbán sul genere e la sessualità, ha alimentato il settarismo contro la Germania, ha appoggiato la politica di Donald Trump e ha ripreso il discorso dei movimenti anti-vaccinazione sponsorizzato dal Cremlino. Nonostante la propaganda finanziata dai contribuenti e diffusa su tutti i mezzi d’informazione pubblici, Duda è stato comunque testa a testa con il sindaco di Varsavia, che ha ottenuto 10 milioni di voti. La campagna di Duda sembrava destinata a fallire, il che lascia presagire poche speranze di successi futuri presso l’opinione pubblica.

Duda dovrà ora affrontare relazioni tese con la maggior parte degli altri dirigenti europei. Il Presidente polacco ha confermato i peggiori pregiudizi dei liberali occidentali nei confronti della Polonia. Inoltre, paragonando il movimento LGBT al comunismo, non solo ha insultato il primo ministro lussemburghese Xavier Bettel – suscitando la solidarietà degli altri dirigenti dell’Ue – ma si è anche inimicato uno dei principali consiglieri di Donald Trump. Richard Grenell, l’ex ambasciatore statunitense in Germania, è alla guida di un’iniziativa mondiale per depenalizzare l’omosessualità – a capo di una coalizione contro l’Iran – ma decide anche il futuro delle truppe statunitensi in Europa. Il progetto Fort Trump (una base militare statunitense in Polonia) – un elemento chiave della presidenza di Andrzej Duda – sarà difficilmente rilanciato. Subito dopo la diffusa la notizia dall’agenzia Reuters, e a pochi giorni dall’inzio della campagna, Andrzej Duda è corso ad incontrare Donald Trump a Washington, ma nessun passo concreto è stato fatto. La presenza statunitense in Polonia rimane parte della strategia del fianco orientale della Nato, con alcune promesse di rinforzo da parte della Casa Bianca, ma non saranno costruite basi statunitensi permanenti – contrariamente a quanto promesso dal presidente polacco.

Inoltre, se i Democratici dovessero tornare alla Casa Bianca a novembre, Duda intraprenderà una dura battaglia diplomatica per salvare la faccia con un alleato strategico chiave. La squadra di politica estera di Joe Biden punterà probabilmente a riparare i rapporti con i principali dirigenti europei, sanando eventuali crepe nell’Ue sfruttate da Trump. Ciò significa che il progetto chiave di Duda – l’Iniziativa dei Tre Mari, che riunisce diversi membri del fianco orientale dell’Ue – potrebbe perdere il suo sponsor politico statunitense. Mentre gli investimenti statunitensi nella regione continueranno – almeno per scongiurare l’influenza cinese – il Presidente polacco dovrà mostrare un volto diverso agli altri partner dell’Ue. Solo il tempo ci dirà se Andrzej Duda potrà ancora essere considerato un leader adeguato per questa iniziativa.

La cooperazione tra i presidenti del gruppo Visegrád (V4) non è essenziale, ma si è rivelata utile per creare un sodalizio tra governi con visioni simili. La passione di Duda per lo sci gli ha permesso di legare con l’ex presidente della Slovacchia. Ma con la recente vittoria della carismatica liberale Zuzanna Čaputová l’alchimia presidenziale è svanita, ed è improbabile che Duda cerchi il sostegno del presidente filo-russo della Repubblica Ceca Miloš Zeman, o dell’ungherese János Áder, che non è stato eletto dal popolo.

Indietro rispetto agli altri del “V4”

Nei paesi del blocco di Visegrád manca ormai una narrazione comune per l’Europa del dopo pandemia, ora che il sentimento anti-migranti sta cedendo il passo alla preoccupazione per l’economia e i servizi pubblici. Inoltre, mentre gli altri paesi del “V4” hanno mostrato un buon coordinamento riguardo la riapertura delle frontiere tra loro e con i rispettivi vicini, la Polonia è chiaramente rimasta indietro.  

Nessuna di queste insidie è necessariamente rassicurante per i liberali polacchi, che sono stati costretti a cambiare strategia e ad accettre alcune delle politiche sociali attuate dal PiS. Tuttavia, devono combattere con urgenza il PiS nella guerra culturale in corso e al tempo stesso di proporre soluzioni economiche convincenti. Non sarà facile, ma c’è la speranza che i tre anni che mancano alle prossime legislative si rivelino sufficienti per costruire un’opposizione guidata da una visione forte e convincente.  

In assenza di uno slogan migliore, “It’s the economy, stupid” (è l’economia, sciocco”) può illustrare la nuova speranza. La contabilità creativa di Mateusz Morawiecki, Ministro dell’Economia prima di diventare Primo Ministro, ha portato a generose spese sociali in tempi di prosperità. Ma la finanza pubblica è, purtroppo, un gigante coi piedi d’argilla. 

Contrariamente al discorso nazionalista, o meglio sotto mentite spoglie, la Polonia ha intenzione di vendere una quota della compagnia petrolifera Lotos. La Commissione europea ha recentemente approvato la fusione di questa società pubblica con Orlen, un’altra società controllata dallo stato. Tuttavia, la fusione esclude quasi tutti gli attivi redditizi della Lotos, che dovranno essere venduti. Si tratta di un tentativo disperato di mettere una pezza al bilancio dello stato, ma questa non può che essere una soluzione temporanea: il paese ha già bisogno urgente di aumentare le tasse e il debito pubblico.

Mentre la guerra culturale può sembrare un pretesto per nascondere problemi più gravi, le divisioni politiche spesso hanno profonde conseguenze per la società in generale. La carne da cannone di questa guerra sono le Ong, gli attivisti per i diritti umani e i mezzi d’informazione, che vengono sfruttati da entrambi le parti in causa. In questo momento la Polonia ha bisogno di una società civile forte, sufficientemente solida per rimanere politicamente influente ma non faziosa, poiché il governo cerca inevitabilmente di screditare ogni dissenso. L’Unione europea si trova ad affrontare una dura battaglia in Polonia, nel cuore stesso del futuro dell’Europa.

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