Kosovo, il fallimento della “vita migliore”

I ricordi d'infanzia della scrittrice e giornalista Blerina Rogova Gaxha in Kosovo, tra conflitti e traumi; dal mito della fratellanza slava al sogno della rivoluzione, fino all'incubo della guerra. Questo è il primo articolo di una serie sui trent'anni dalla dissoluzione della Jugoslavia e della guerra che seguì.

Pubblicato il 3 Agosto 2021

Mio padre non è una persona particolarmente socievole. Non ama fare conversazione, non parla spesso e, quando lo fa, parla poco. Non parlò nemmeno quel giorno di settembre del 1990: tornato a casa dal lavoro, scomparve nella sua stanza, in silenzio.

Non è sempre facile capire quando qualcuno che ci è vicino sta avendo un esaurimento nervoso, specie se si tratta di una persona riservata come mio padre. Ingegnere meccanico, all'epoca era a capo del Dipartimento di Energia della fabbrica Metaliku, nei pressi di Gjakova, una città del sud-ovest del Kosovo vicina al confine con l'Albania. Anche mia madre lavorava a Gjakova, in un'industria tessile. Quell'autunno furono entrambi licenziati per aver rifiutato, come migliaia di altri lavoratori, di firmare una dichiarazione di lealtà alla Serbia.


Gli altri articoli della serie “Arcipelago Jugoslavia”:

  1. Kosovo, il fallimento della “vita migliore”
  2. Serbia, una vita sulla scena del delitto: “Ho visto il peggio della razza umana”
  3. In Slovenia sognavamo la democrazia e ci siamo svegliati con il capitalismo
  4. Bosnia Erzegovina, l’ora dell’apocalisse
  5. Scrivo di guerra non perché voglio, ma perché non ho scelta (Croazia)

Entrambi i miei genitori sono nati all'inizio dell'esperimento della Jugoslavia; quando nacqui io, l'esperimento era sul punto di fallire. Abbiamo tutti e tre sperimentato la bolji život (la "vita migliore"), come la chiamavano gli slavi. La Jugoslavia socialista un progetto comune che includeva diversi popoli balcanici, avrebbe dato loro una bella vita, una "vita migliore", per parecchi decenni. Nonostante i gruppi etnici più piccoli, come gli albanesi, rappresentassero l'eccezione, anche io e i miei genitori abbiamo potuto gustarci un assaggio dell'idillio slavo. Mio padre e mia madre erano ispirati dal famoso slogan della Jugoslavia, il motto di Tito secondo cui la pace sarebbe durata cent'anni; la mia generazione, al contrario, viveva nell'inquietudine costante che una guerra potesse scoppiare in ogni momento. E così fu, in ogni momento, ed ogni volta sotto una forma diversa.

Mio padre e mia madre erano ispirati dal famoso slogan della Jugoslavia, il motto di Tito secondo cui la pace sarebbe durata cent’anni; la mia generazione, al contrario, viveva nell'inquietudine costante che una guerra potesse scoppiare in ogni momento. E così fu, in ogni momento, ed ogni volta sotto una forma diversa.

La bolji život non è stata pensata per i kosovari albanesi: gli anni '90 avrebbero spazzato via gli slogan sulla fraternità e su un progetto di pace condiviso. L'antica, fraterna, solidarietà non è che un ricordo, sostituito da un'aperta ostilità. Quello che è strano è che questo ricordo è con noi ancora oggi, rappresentato dal Monumento alla Fratellanza e all'Unità eretto nel cuore della capitale del Kosovo, anche se l'opera viene interpretata diversamente ora: la gloria di qualcuno è la vergogna di qualcun altro. Mio figlio di 9 anni trova il monumento strano e brutto; ciò che lo stupisce ancora di più è il vecchio nome del complesso sportivo: Boro-Ramiz. Gli racconto la storia dei due partigiani, uno serbo, l'altro albanese, entrambi eroi nazionali in Jugoslavia, gli parlo del loro senso di fratellanza, considerato il simbolo dell'unità tra i due popoli. Mio figlio alza le mani, perplesso.

La mastodontica architettura comunista, dall'aspetto quasi sacro, si mescola alla vita profana di tutti i giorni di abitanti e turisti, un connubio che risulta estremamente strano ai giovani come mio figlio. Questi edifici simili a testamenti di pietra, unico lascito del mito della fratellanza, hanno ancora un grande potere; forse perché la fine di quel mito ha causato violenze e disastri, ed il suo ultimo respiro ci sta trascinando, lentamente ma inesorabilmente, nell'oscurità.

Quel giorno di settembre del 1990, il giorno in cui le vite dei miei genitori sono crollate come un castello di carte, fu un'altra discesa negli abissi. Mia madre ne parla, ogni tanto: racconta di come le fatiche e le speranze di una vita furono distrutte in una sola notte. I miei genitori non si sono mai ripresi: le loro vite hanno perso per sempre ogni prospettiva di struttura e continuità.

Il Kosovo ha avuto, fin dal 1974, lo statuto di regione autonoma all'interno della Repubblica Federale di Jugoslavia. Nella primavera del 1989, il Kosovo perse questo status, e divenne così di competenza diretta dello Stato di polizia serbo. Le vite dei miei genitori e la mia infanzia ne furono stravolte. In uno stato di emergenza, non si poteva più pensare di vivere una vita normale. La "vita migliore" era ormai un concetto superato.

Giovane com'ero, non capii subito quanto il cambiamento fosse serio, tuttavia vidi la mia routine cambiare. I miei genitori passavano molto più tempo a casa, la nostra libertà di movimento era sempre più ridotta: le passeggiate nel fine settimana, la qualità del cibo. Tutto cominciò a restringersi, inclusa la popolazione. Molti kosovari lasciarono la madrepatria per trasferirsi in Europa occidentale o ancora più lontano, dall'altra parte dell'oceano. Mio padre, invece, si rifiutò categoricamente di considerare l'ipotesi della fuga. Sarebbe rimasto fedele alla sua terra e non l'avrebbe mai lasciata. Aveva una connessione profonda con la sua terra natia, appena evidente dall'esterno, ma radicata nella sua travagliata storia familiare. Suo nonno era stato ucciso dai partigiani e suo padre portato alla rovina dai comunisti, che lo avevano costretto a cambiare città.

Tutto cominciò a restringersi, inclusa la popolazione. Molti kosovari lasciarono la madrepatria per trasferirsi in Europa occidentale o ancora più lontano, dall'altra parte dell'oceano. Mio padre, invece, si rifiutò categoricamente di considerare l'ipotesi della fuga. Sarebbe rimasto fedele alla sua terra e non l'avrebbe mai lasciata.

Lo stato di emergenza e le misure prese dalla polizia ci colpirono duramente. Nelle nostre lunghe riunioni familiari della domenica sera mio padre, cercando di mantenere una vita familiare il più normale possibile anche in quei tempi nefasti, si rifugiava nei ricordi dei suoi anni da studente a Zagreb. Ci raccontava storie di quelli che considerava gli anni più felici della sua vita, o dei suoi viaggi in Europa negli anni '70 e '80, quando i kosovari albanesi che potevano permetterselo potevano muoversi liberamente. Erano le uniche storie che gli piacesse raccontare, e io adoravo ascoltarle. Mi hanno insegnato l'origine dell'amore di mio padre. Sentendolo parlare, sognavo di altre vite, altri luoghi, altri mondi. Quello che c'era lì fuori, oltre i confini della nostra minacciosa realtà, rimaneva un mistero per me, mentre imparavo a vivere nel mio piccolo mondo. Non viaggiavamo più: andavamo in vacanza solo una volta all'anno, ad Ulcini, sulla costa montenegrina, dove avevamo una casa per l'estate.

Nella mia immaginazione, quel mondo e quei posti sconosciuti erano splendidi. Non ho mai osato chiedere dove fosse il confine. Ce n'erano così tanti, visibili e invisibili: confini politici, economici, linguistici, culturali. Il resto del mondo rimaneva sconosciuto:diventai un'instancabile sognatrice.

Anche sognare era un "crimine", ma nessuno poteva impedirmelo, e io mi tenevo i miei sogni per me. Il sogno della libertà era un bellissimo tessuto di seta. Il sogno della rivolta nazionale, invece, un tessuto strappato e rammendato. Il Dio della Giustizia è stato scorretto nel darci sogni così grandiosi, perché alla fine sono rimasti soltanto sogni. Ancora oggi ricordo i miei sogni, che mi sembravano così reali a quell'epoca, nelle strade dove avevano luogo le proteste. Ho sognato libertà sui cigli delle strade, nella piazza principale, in mezzo a gruppi di persone che manifestavano a migliaia, come soldati, senza bandiere. Ho creduto a quei grandi uomini che chiamavano noi bambini "piccoli eroi del futuro", sventolando la libertà di domani dai margini delle strade di ieri.

Scendere per strada significava affrontare la realtà dell'oppressione: era lì che l'impotenza di una bimba di 10 anni incontrava il dramma di una nazione. Fu una delle esperienze più potenti della mia infanzia: un turbine di emozioni fatto di ribellione, orgoglio e paura. Ho tenuto insieme il mio sogno con degli slogan ("Libertà! Democrazia!" o "Repubblica del Kosovo!") finché, a fine giornata, lo vedevo nuovamente ridursi a brandelli mentre, delusi, ce ne tornavamo a casa. In mezzo a questa confusione, sognavo la grande rivoluzione che avrebbe portato la pace, senza mai sospettare che un'infanzia vissuta in un'epoca così tesa e drammatica avrebbe reso complicata, perfino distorta, la pace successiva. Ero una bambina che viveva in una guerra senza fine, chiedendosi ogni giorno quale nuova guerra sarebbe scoppiata l'indomani.

La mia relazione con la morte era artistica e filosofica. Ma a quei tempi c’erano persone che sapevano tutto della morte; alcune erano capaci di uccidere.

Per quanto questi sogni grandiosi fossero ormai lontani dalla nostra vita quotidiana, a casa mia tutto andava bene, almeno finché c'era abbastanza da mangiare. Dopo essere stata licenziata, mia madre divenne una casalinga, mentre mio padre si occupava di una piccola fattoria di pollame nei terreni del nonno. Nei periodi di tregua, il commercio continuava. Quando la tensione montava, gli affari andavano avanti a tentoni e sulla tavola il cibo veniva a mancare. Così, il nostro benessere domestico dipendeva direttamente dalla situazione politica.

Ricordo ancora, doveva essere il 1993 o il 1994, di aver visto, nella vetrina di un grande magazzino, un cappotto rosso alla moda che volevo disperatamente. Invano pregai mio padre di comprarmelo. "Non abbiamo abbastanza soldi", fu la sua secca risposta. Fu un giorno triste. Non solo per il cappotto, ma per tutte le cose che non potevo avere. Volevo cose vere, colori, profumi, viaggi, vere libertà che potessi toccare, non solo immagini. Volevo una stanza tutta per me. Volevo poter viaggiare davvero, invece di vedere il mondo solo attraverso un televisore. Sognavo una vita vera che fosse tutta mia, ma vivevo in una piccola casa, in una piccola città, in un tempo in cui enormi, sconvolgenti avvenimenti accadevano ogni giorno al di fuori dei nostri confini.

La storia stava cambiando. Avvenne davanti ai nostri occhi e ad una velocità disarmante. Mi abituai al vuoto e alla vastità spaventosi, alla scomparsa delle cose che mi piacevano, e divenni indifferente. Suona terrificante, questo vivere nella costante sensazione che ogni cosa possa finire da un giorno all'altro. Ma ci dimostrammo incredibilmente robusti, capaci di adattarci a tutto alla velocità della luce. In un mondo in cui tutto cambiava costantemente, imparammo a proteggere le nostre piccole oasi.

Questa "vita instabile" era l'opposto di "vita normale". Una vita normale si basa su stabilità e senso di continuità. Quando vivi nel caos e la normalità è al di fuori della tua portata, tendi ad ingigantirla. In un'epoca in cui la realtà viene costantemente costruita e poi distrutta come la scenografia di un teatro ad ogni nuovo atto, ci si pongono grandi domande metafisiche: domande sul senso e sull'assurdità della vita, e su quella parte del nostro codice genetico che rimane indecifrata.

I ricercatori hanno una spiegazione "epigenetica" della trasmissione dei traumi psico-fisici: questi lasciano tracce nei geni degli individui che ne sono colpiti, che le trasmettono in seguito alla loro progenie. Mio padre non volle mai parlare di questo trauma, e ciononostante il suo trauma è diventato il mio. Non volle mai parlare di come i traumi distorcono la realtà. Non parlò mai della morte, a parte dire talvolta che era tempo di scacciarla via, il più lontano possibile. Io, al contrario, amavo parlare della morte, e ancora di più dopo che quest'ultima aveva assunto un nuovo significato nel mio quotidiano. La morte regnava sulle nostre vite e dava loro prospettive completamente nuove. Mi ha insegnato una lezione importante, per quanto ironica, non sul nulla che regna nell'aldilà, ma sull'abbondanza che popola il presente. La mia relazione con la morte era artistica e filosofica. Ma a quei tempi c'erano persone che sapevano tutto della morte; alcune erano capaci di uccidere.

È l'inizio dell'estate del 1998. Il sole è alto e mia madre sta iniziando il suo "turno giornaliero": lavare, cucinare, pulire. Mio padre è appena tornato dal mercato, dove è andato a vendere uova, silenzioso ed assente, portando sulle spalle il peso del caldo soffocante. Sta leggendo il giornale: "Inizia", dice. Mia madre china il capo e va in cucina a preparare il caffè.

Qualche giorno dopo, passò di lì una mia amica d'infanzia. "Vado in guerra", mi disse, "potremmo non vederci mai più". Non mi sembrava una guerriera: era carina, capelli biondi e occhi blu, molto attraente. Abitava affianco a noi, e la conoscevo da sempre. Molte volte avevamo parlato della rivoluzione e giocato alle "eroine". La rivoluzione si riserva l'onore di divorare i suoi stessi figli. Per le figlie, nemmeno questo basta: rimangono dietro la porta, come scope di saggina. Questa bellissima, entusiasta ragazza di sedici anni scappò nell'entroterra, una notte, per raggiungere l'esercito kosovaro. Qualche anno dopo, abbiamo sentito dire che si era suicidata.

Le nostre strade si divisero quell'estate. Lei se ne andò, io rimasi. Così la storia dà forma a somiglianze e differenze. Forse, talvolta, la rivoluzione si riserva l'onore di divorare anche le sue stesse figlie. Ma quando lo fa, ciò accade su veri campi di battaglia, non in angoli di sogno come i miei. Mentre le persone là fuori erano immerse in un vero dramma, io rimasi dentro con i miei libri. Fu il mio modo di sopravvivere in quella corrente impetuosa.

La linea di confine tra coloro che hanno fatto la rivoluzione e coloro che l'hanno solo sognata si trovava pochi chilometri dietro la nostra casa. Ma ciò che non possiamo immaginare non può accadere; finché non accade. Ero protetta dalla mia incapacità di immaginare: non potevo credere che questa nuova guerra sarebbe stata così devastante, che l'orrore sarebbe andato ben oltre l'inimmaginabile.

Ma il 1999 portò con sé una chiarezza senza scrupoli: la vera entità della tragedia e l'assurdità dell'esistenza, della storia, del destino. Fu una discesa all'inferno, nella completa mancanza di umanità. Fu l'incontro con il fascino del Male.

La sera del 24 marzo 1999, io e mio padre ascoltavamo un notiziario della Bbc sull'inizio dei bombardamenti della Nato in Serbia, da una vecchia radio che mio padre possedeva fin dall'università. "È l'inizio della fine", mi disse bevendo raki, "dicono che finirà presto". Poi tacque di nuovo, l'orecchio incollato alla radio. Nel mio pigiama giallo, ascoltai anch'io. Non riuscivo a dormire. Quella fu l'ultima notte in cui dormii col mio pigiama, a casa mia. Era una notte splendida, anche se senza stelle.

Molte persone dormirono tranquille quella notte, protette dall'inimmaginabile. Molte altre ne erano già state inghiottite. Quando mi svegliai la mattina dopo, sentivo voci di donne nel nostro salotto. Le donne della mia città erano sempre state le prime a conoscere e a far girare le novità. Ora, sconvolte, parlavano di atrocità, omicidi, stupri, espulsioni da parte dalle forze militari e paramilitari serbe avvenute quella notte. Atrocità che sarebbero continuate sistematicamente fino alla metà di giugno in quell'anno maledetto.

Casa nostra si riempì di decine di rifugiati. Quello stesso giorno, ci spostammo tutti in un'altra casa, poi un'altra, e un'altra ancora, nomadi in pericolo di vita che cercavano di spingere via la morte il più lontano possibile. La prima notte di bombardamenti divise le nostre vite in due: prima dell'orrore e dopo di esso. L'inimmaginabile diventò immaginabile, e rimase tale. A separare le due vite, un vuoto di memoria, il mistero di come, in una notte, fossimo potuti diventare niente e nessuno.

La guerra era finita, ma il peggio doveva ancora venire. I caduti dormivano cullati dai versi dei gufi, i sopravvissuti tornarono a casa. I morti non serbano rancore, mentre i vivi devono imparare a distaccarsene, imparare la pace e dimenticare la guerra.

Per me, il giorno peggiore della guerra fu il primo giorno della liberazione. Mi sentivo esausta come non lo ero mai stata. Mia madre mise in ordine la casa dopo tutti quei mesi di abbandono. Mio padre andò al suo vecchio posto di lavoro, la fabbrica, e si guardò intorno. Il gigante di metallo giaceva lì, vuoto, depredato.

Io dissotterrai i miei libri e il mio primo manoscritto di poesie. La terra li aveva conservati come conserva le ossa dei morti. La casa era ancora lì, ogni cosa era ancora lì, ma le nostre anime faticavano a stare al passo.


Questo articolo fa parte del progetto Archipelago Yugoslavia, della rete Traduki. È pubblicato in collaborazione con la S. Fischer Stiftung e tradotto con il sostegno della European Cultural Foundation.


Ti piace quello che facciamo?

Contribuisci a far vivere un giornalismo europeo e multilingue, in accesso libero e senza pubblicità. Il tuo dono, puntuale o regolare, garantisce l’indipendenza della nostra redazione. Grazie!

Sei un media, un'azienda o un'organizzazione? Dai un'occhiata ai nostri servizi di traduzione ed editoriale multilingue.

Sostieni un giornalismo europeo senza frontiere

Fai un dono per rafforzare la nostra indipendenza

Sullo stesso argomento