Quella mattina si erano dati appuntamento in gran segreto alla stazione di Atocha di Madrid per aspettare le loro “prede” nel punto esatto nel quale i vari deputati accorrevano dalle loro circoscrizioni per recarsi a una sessione plenaria del parlamento. Verso le 7.30, armati di fischietti e altoparlanti, decine di militanti hanno aspettato a lungo in piedi nella hall degli arrivi dei treni ad alta velocità. Ciascuno di loro portava anche due cartelli, uno verde con su scritto “Sì, si può fare” (fermare i pignoramenti immobiliari), e uno rosso con la critica diretta ai politici: “Ma non vogliono farlo”.

Intorno alle nove sono arrivati parecchi treni, da Valencia, Barcellona o Siviglia. La tensione è aumentata: “Cancellazione dei debiti e alloggio sociale per gli sfrattati”, hanno gridato i manifestanti. Arrivati immediatamente, i poliziotti hanno improvvisato un cordone di sicurezza: non appena un deputato si profilava sulla banchina gli agenti si precipitavano a proteggerlo e a facilitargli l’uscita verso la fermata dei taxi.

Dopo quattro anni di lotte per mettere fine al dramma dei pignoramenti immobiliari – 510 ogni giorno dall’inizio del 2013 – un centinaio di collettivi anti-sfratti (distribuiti in tutto il territorio nazionale) ha messo a punto una nuova strategia denominata escrache (“sputtanamento”). Questo termine argentino designava le manifestazioni dei cittadini che negli anni novanta avevano lo scopo di svergognare pubblicamente i responsabili della repressione militare tra il 1976 e il 1983– in genere davanti a casa loro o sul posto di lavoro.

Nella Spagna odierna, scombussolata da intere famiglie lasciate in strada per aver perso il posto di lavoro (il 26 per cento della popolazione attiva è disoccupato) e perché non riesce a onorare le rate del mutuo, l’escrache è stato ripescato e aggiornato per condannare sulla pubblica piazza gli uomini politici che non sono disposti a modificare radicalmente la legge sulle ipoteche in vigore. “Siamo ancora in fase di rodaggio”, confida Guillem, coordinatore dell’azione di Atocha. “Ma miglioreremo e copriremo di vergogna i deputati recalcitranti, andando sotto casa loro, sorprendendoli al ristorante o in albergo. Senza lasciar loro un attimo di respiro”.

Da metà marzo gli indignatos hanno occupato l’hotel Ritz di Madrid e organizzato un rumoroso sit-in davanti all’appartamento di una deputata conservatrice a Barcellona. “La nostra strategia è assolutamente pacifista: non picchiamo nessuno, non insultiamo nessuno, ma teniamo alta la pressione popolare. Se la nostra voce, appoggiata dalla grande maggioranza degli spagnoli, non viene ascoltata, allora significa che qui non c’è democrazia”, ha detto Ada Colau, l’ispiratrice dei collettivi antisfratto che in tre anni hanno raccolto 1,4 milioni di firme. Il 12 febbraio con quelle firme è stato possibile sottoporre alla camera dei deputati un’iniziativa di legge popolare (Ilp) in tre punti: moratoria sugli sfratti, cancellazione retroattiva degli arretrati dopo la perdita della propria casa, realizzazione di un progetto di alloggi popolari. L’obiettivo degli escrache è proprio quello di forzare la mano ai deputati del Partito popolare, il partito di governo che detiene la maggioranza assoluta ed è l’unico a opporsi all’Ilp.

Dalla settimana scorsa la dinamica di queste singolari azioni è fuori controllo. Sfruttando l’effetto sorpresa, decina di militanti anti-pignoramenti hanno pedinato parecchi deputati conservatori, per lo più gli alti dirigenti del Pp, facendo loro la posta davanti al parlamento, fuori dai loro uffici e sempre più spesso sotto casa loro. Tutte le volte che un deputato esce si sente schernire, insultare, con il sottofondo di un concerto di pentole battute e di slogan scanditi dagli altoparlanti. Secondo Ivan, uno dei coordinatori, “il popolo della strada ricorda loro quali siano i loro doveri democratici”. Ma i dirigenti presi di mira lo considerano un sistema inaccettabile.

“Questa caccia alle streghe contro i politici è antidemocratica”, ha detto lunedì 25 marzo il capo del governo, Mariano Rajoy. Lui, che non ha fissato la data del voto per l’Ilp, si trova con le spalle al muro. Malgrado la pressione popolare si rifiuta di tener conto delle richieste. L’esecutivo si è giustificato con queste parole: “L’approvazione dell’Ilp farebbe precipitare ancor più i crediti ipotecari. Tenuto conto della nostra fragilità finanziaria, è un rischio troppo grande”.

Rajoy alle strette

Le nuvole si accumulano sui popolari: da un sondaggio dell’istituto Metroscopia condotto a febbraio è risultato che l’85 per cento degli spagnoli – commossi dalle famiglie accampate in strada – appoggia la battaglia contro i pignoramenti. I partiti dell’opposizione formano un fronte unito e i giudici praticano l’obiezione di coscienza. Da dicembre sei persone in procinto di essere sfrattate hanno preferito suicidarsi.

Oltre tutto, il 14 marzo la Corte europea di giustizia ha dato ragione a un querelante spagnolo, ritenendo che la legge nazionale era “ingiusta”. In vigore dal 1909, questa legge permette sfratti in tempi molto rapidi (subito dopo il primo avviso di mancato pagamento), impedisce al proprietario di appellarsi contro i termini spesso irregolari del contratto firmato con le banche, e costringe lo sfrattato a onorare gli arretrati a tassi proibitivi. “Questa sentenza del tribunale europeo apre la strada a nuove prospettive”, dice il giudice Fernandez Seijo, autore della querela. “Potremo impedire molto più facilmente i pignoramenti immobiliari”.

Messo alle strette, il governo Rajoy ha annunciato che la nuova legge “terrà conto di alcune obiezioni” della Corte europea, anche se, ha precisato, “è da escludere in ogni caso la cancellazione retroattiva degli arretrati”. La lotta con i collettivi anti-pignoramenti, per i quali su questo punto non c’è margine di negoziazione, è dunque iniziata. E gli escrache dovranno andare avanti.