Analisi L’Europa dei complotti | Intervista ad Andreas Önnerfors

Andreas Önnerfors: “Le teorie del complotto alimentano la politica populista”

Andreas Önnerfors insegna all'Università di Salisburgo. È specializzato in ideologie europee di estrema destra, radicalizzazione e teorie del complotto. Il suo ultimo libro offre una visione d'insieme del complottismo nel Vecchio continente. In questa intervista descrive le specificità del cospirazionismo europeo e indica quali, tra le teorie del complotto, costituiscono una minaccia per l'Europa.

Pubblicato il 30 Luglio 2021 alle 16:29

Voxeurop: Il titolo del suo libro è Europe: continent of conspiracies [Europa: terra di complotti, NdT]. Le teorie del complotto sono dunque più diffuse in Europa che altrove?

Andreas Önnerfors: No, non proprio. È stata data grande attenzione al modo in cui le teorie del complotto hanno modellato le politiche americane fin dal 1776 [data della Dichiarazione d'indipendenza americana, NdR], nonché all'aspetto paranoico della politica statunitense durante il maccartismo, ai tempi dell'Irangate, dopo l'11 settembre e dal 2016 in poi, con la nascita del fenomeno QAnon. Volevamo cercare di capire se può esistere un fenomeno parallelo in Europa. Per via della particolare situazione europea, possiamo affermare che i due contesti sono differenti.


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Quali sono le particolarità dell'Europa?

La grande differenza rispetto agli Stati Uniti è che, in Europa, le teorie complottiste includono sempre l'insorgere di una minaccia esterna. Gli americani immaginano gruppi interni alla società statunitense che vogliono distruggerla, che siano i comunisti o, per esempio, alcuni gruppi cattolici negli anni Venti del secolo scorso. In Europa, la narrativa complottista include sempre l'idea di una minaccia che arriva da fuori. C'è una doppia dinamica: una basata sui nemici interni (gay, lesbiche, massoneria...) e l'altra su quelli esterni (musulmani, ebrei, russi…), entrambi determinati a dissolvere l'unità dell'Europa.

Le istituzioni dell'Unione europea, o l'Ue stessa, sono un bersaglio per le teorie complottiste?

I primi due capitoli del nostro libro trattano della crescente islamofobia in Europa, dove i partiti populisti stanno prendendo sempre più piede e dove quella che da alcuni viene definita ”invasione islamica” (chiamata anche "sostituzione etnica" dall'autore francese Renaud Camus) è una tematica ricorrente. Il cosiddetto "piano Kalergi" è spesso descritto non solo come il "piano ultimo" per ridefinire l'Europa, ma anche come il fondamento dell'Ue e delle sue istituzioni, come la prova dell'offensiva finale contro gli stati-nazione e la loro indipendenza. Perché, nel caso dei nemici interni, anche le istituzioni europee hanno il loro ruolo: impongono una struttura sovranazionale che mira a distruggere lo stato-nazione, la famiglia eterosessuale, i valori tradizionali, e così via. Queste teorie possono prendere diverse forme: secondo alcuni, le istituzioni dell'Ue incoraggiano il totalitarismo laico, mentre per altri sono viste come le sostitute del Vaticano. Nei paesi del nordeuropa, le teorie complottiste riguardanti le istituzioni europee si basano sulla paura di un'ondata cattolica che mira a distruggere la libertà e l'indipendenza nordiche. Questa stessa paura ha anche favorito la Brexit nel Regno Unito, dove cui una visione straniera del diritto, delle istituzioni e della politica è vista come una minaccia.

Le teorie del complotto possono anche condurre a omicidi o stragi, come quella compiuta da Anders Breivik in Norvegia nel 2011. Come è possibile?

L'attentato di Anders Breivik è avvenuto esattamente dieci anni fa. Un capitolo del nostro libro riguarda specificamente la teoria della cosiddetta Eurabia, alla quale si è ispirato. Secondo questa teoria, i nemici interni ed esterni stanno collaborando: i progressisti e le femministe lavorano di concerto con i musulmani radicali del Medio Oriente per l’invasione dell'Europa e per distruggere l'indipendenza degli stati nazionali e i valori cristiani dell'Europa. Questa teoria vede ogni tipo di immigrazione musulmana come un atto ostile, così come descritto da Renaud Camus. Il capitolo del libro mostra come queste idee sono diventate manifesti terroristici, come nel caso di Breivik, ma non solo: anche nell'attacco del 2019 alla sinagoga di Halle, in Germania (2 persone sono state uccise), e quello del 2020 a Hanau, sempre in Germania, dove 10 persone sono state uccise in alcuni bar dove si fuma la shisha. 

Ci sono stati membri più presi di mira di altri?

Sì, come si legge nel nostro libro, la Germania è un bersaglio particolarmente frequente, per diverse ragioni. Tutto è cominciato durante la crisi del debito pubblico in Grecia. Per i mezzi d'informazione greci, all'improvviso l'Europa diventò un proseguimento del regime nazista, un Quarto Reich dominato dai tedeschi. Quest'idea è stata poi condivisa dalla controinformazione russa e, durante il dibattito sulla Brexit, la Germania odierna è stata di nuovo descritta come un "sequel" del Terzo Reich, determinata a controllare e dominare la politica europea. 

Chi promuove e trae vantaggio da queste teorie?

Alcuni gruppi ne traggono vantaggio, per esempio i partiti populisti, sia di destra che di sinistra. Un ingrediente chiave della dialettica populista, infatti, è l'idea di un'élite contrapposta al popolo, e di un leader forte che si esprime in nome del popolo e canalizza l'antagonismo tra l'establishment e la popolazione. Come si è visto nell'ultimo decennio sono soprattutto i movimenti populisti di destra a contribuire alla diffusione delle teorie cospirazioniste, perché queste ultime permettono di identificare negli esperti, nello stato di diritto, nella presa di decisione sovranazionale o nella classe politica il proprio nemico principale, cosa che seduce molti elettori. Le teorie del complotto acquisiscono senso in molti movimenti politici nazionali, come Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, l'AfD in Germania, il Rassemblement National in Francia o la campagna per la Brexit nel Regno Unito. Un altro aspetto importante è il fatto che le teorie complottiste siano usate da forze straniere nell'ambito di operazioni di disinformazione, in gran parte provenienti dalla Russia e, in misura minore, dalla Cina. I principali divulgatori, però, restano le testate ed i social media fedeli al governo russo. Le teorie del complotto sono molto potenti: possono essere introdotte come spiegazioni degli eventi politici attuali e quindi usate per danneggiare gli oppositori politici. Si tratta di una soluzione semplice perché si muove sul piano della narrazione.  Anche QAnon, nato fuori dall'Ue, inizia ad invadere il dibattito europeo, in particolare all'interno del movimento negazionista del Covid.

Ci sono regioni d'Europa in cui le teorie del complotto sono più diffuse?

Dipende da cosa si vuole analizzare. Per esempio, per quanto riguarda i paesi esposti alla disinformazione russa, durante le elezioni politiche in Moldavia ad inizio luglio, la fazione anti-europeista fomentava le teorie contro l'Unione europea e i valori liberali occidentali. La stessa cosa è successa con Viktor Orbán e il dibattito sulle leggi anti-lgbt in Ungheria. Questo tipo di narrazione, che lega la comunità lgbt ai temi cospirazionisti europei, è molto radicata nell'Europa sud-orientale. Nella zona tra la Polonia e il Mar Nero, terreno fertile per le campagne di disinformazione provenienti dalla Russia, c'è un'interpretazione dei valori europei alternativa a quella dell'Europa occidentale. I movimenti no-vax e covidoscettici sono molto forti da Berlino a Londra, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro le misure sanitarie per frenare la pandemia; un movimento simile è presente anche in Danimarca. Per queste ragioni è difficile affermare che le teorie del complotto sono più forti in una zona piuttosto che in un'altra: è necessario osservare ogni fenomeno separatamente. 

Ci sono stati, negli ultimi anni, eventi specifici che hanno rinforzato le teorie cospirazioniste?

Sì, le teorie del complotto in Europa emergono sempre dopo una crisi. Nei momenti di crisi, le persone vogliono delle risposte: perché sta accadendo tutto ciò? Le teorie complottiste funzionano perfettamente, perché non spiegano solo i fatti, ma anche le motivazioni che vi stanno dietro: hanno sempre la risposta su chi è il responsabile, chi ha fatto qualcosa di sbagliato. Questo schema si è riproposto negli ultimi dieci anni. All'insorgere della crisi economica globale, è stato facile accusare il sistema capitalista e la globalizzazione internazionale di aver manipolato l'economia. Successivamente, la crisi dei rifugiati è stata una grande fonte di immaginazione per i complottisti: alcuni erano convinti che non stesse accadendo per caso, ma che fosse pilotata da qualcuno. E ora è arrivato il coronavirus, lo scenario perfetto per nuove, fantasiose spiegazioni.

Le teorie del complotto riuniscono ora un largo spettro gamma di persone nelle proteste legate alla crisi del Coronavirus...

Sì, è sorprendente queste proteste siano riuscite a mettere insieme persone di campi così diversi. In particolare la sinistra alternativa e verde, insieme  alla destra autoritaria e nazionalista tradizionale. La cultura cospirativa è riuscita a unire gli estremi e a imporsi nel dibattito mainstream; per esempio gli skinheads di destra marciano con gli attivisti per il clima contro il governo, percepito come la grande minaccia. Questo è un fenomeno nuovo.



Queste teorie sono pericolose?

Sicuramente. Dipende dall'idea di politica che ognuno di noi ha; se pensiamo che i politici debbano essere mossi dalla passione, accetteremo meglio le manifestazioni di rabbia e paura, perché la passione è parte dei movimenti politici all'interno di una democrazia. Se invece consideriamo la democrazia come il frutto della ragione, sono lo stato di diritto e gli esperti a gettare le basi di un processo decisionale sano. Questa opposizione è il fulcro della democrazia. Che cosa vogliamo? Una politica della passione o una politica della ragione? Le teorie complottiste sono pericolose perché si basano interamente sulla politica della passione. Non c'è nulla di razionale in queste teorie: cercano di imitare gli argomenti razionali, ma possono essere smascherate. Una teoria del complotto non sopravviverebbe mai ad un processo, né al metodo scientifico. La politica della ragione viene deviata. La politica della passione si è dimostrata molto pericolosa quando, per esempio, i giudici della Corte suprema britannica venivano chiamati "nemici del popolo" durante la campagna per la Brexit. Le proteste anti-covid a Berlino, e i fatti del 6 gennaio a Washington [data dell'assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Donald Trump, NdR], hanno reso evidente l'idea che la violenza possa essere uno strumento per attaccare e distruggere i politici. Le proteste anti-Covid sono perciò molto pericolose.


Da leggere

In Europe: continent of conspiracies, a cura di Andreas Önnerfors e André Krouwel (Routledge, 2021), viene analizzato per la prima volta l'impatto delle teorie del complotto sulla comprensione dell'Europa come entità geopolitica e come spazio politico e culturale immaginato. Concentrandosi sui recenti sviluppi, i singoli capitoli esplorano una serie di posizioni cospiratorie relative all'Europa.

Nell'attuale clima di paura e minaccia, sono stati mobilitati nuovi e vecchi immaginari di cospirazione come l'islamofobia e l'antisemitismo. Un'immagine distopica o addirittura apocalittica dell'Europa in declino terminale è evocata nell'Europa centro-orientale, e in particolare dai media russi pro-Cremlino, mentre l'Ue emerge come uno schermo su cui vengono proiettate diverse narrazioni di complotti a livello transnazionale, dalla crisi del debito greco alla migrazione, alla Brexit e alla pandemia Covid-19. Le prospettive metodologiche applicate in questo volume vanno dall'analisi qualitativa del discorso e dei mezzi d'informazione agli approcci quantitativi socio-psicologici, con anche una serie di studi di casi nazionali e transnazionali.

In associazione con la Fondazione Heinrich Böll – Parigi

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