Cercasi nuova e credibile politica Ue

Il recente annegamento di 73 immigrati eritrei nel Mediterraneo dimostra nuovamente l’importanza per l’Europa di dotarsi di una nuova politica comunitaria per l’immigrazione. L’Unione europea, attraverso la sua presidenza svedese, si appresta a proporre un’armonizzazione delle legislazioni nazionali sul diritto di asilo.

Pubblicato il 26 Agosto 2009 alle 14:48
 | Porto Empedocle (Italia), aprile 2009: un immigrato africano sorvegliato da due poliziotti italiani dopo essere stato salvato al largo della Sicilia. (Afp)

La Svezia, presidente dell’Unione europea e orgogliosa della sua tradizione di accoglienza, ha quattro mesi per riuscire là dove molti altri hanno fallito: mettere in piedi una politica europea credibile di fronte a un afflusso di profughi che, attraverso il Mediterraneo, continua ad aumentare. La tragedia umana, contrassegnata dalla recente morte di diverse decine di clandestini eritrei al largo dell’isola italiana di Lampedusa, si scontra duramente con la realtà politica: la crisi economica, l’aumento della disoccupazione e la svolta a destra dell’opinione pubblica europea non spingono di certo a un sereno e aperto dibattito sull’immigrazione.

Stoccolma e il commissario francese della Giustizia, Jacques Barrot, hanno tuttavia deciso di proporre in settembre delle novità su due aspetti fondamentali di questo difficile problema. Prima di tutto il trasferimento nel resto dell’Europa – con la disponibilità delle varie capitali – di una parte degli immigrati clandestini che arrivano sulle coste dell’Italia meridionale, della Grecia, della Spagna, di Cipro e di Malta. Finora solo la Francia ha dimostrato una certa disponibilità in questo senso.

Per la presidenza svedese bisogna inoltre pensare a una politica di asilo “più efficiente”, poiché il diritto europeo impone solo delle norme di protezione di base. Stoccolma vorrebbe un’armonizzazione delle leggi nazionali. Questo sarebbe il complemento logico dello spazio di libera circolazione aperto dall’Europa di Schengen. L’anno scorso circa 70mila clandestini hanno attraversato il Mediterraneo nella speranza di forzare la porta dell’Ue.

L’Europa del nord e del sud

Per ora la squallida situazione dei campi profughi a Sud e il rifiuto del Nord di accettare una “divisione del fardello” forniscono una misera immagine dell’Europa, dopo le sue prese di posizione su Guantanamo. Lunedì scorso l’Alto commissario per i profughi dell’Onu ha chiesto la chiusura immediata di un centro sull’isola greca di Lesbos, dove si ammucchiano uomini, donne e bambini. Le stesse condizioni si trovano a Pagani, un insediamento senza acqua corrente e con un solo bagno per un centinaio di immigrati. In Italia, a Cipro o a Malta, altri centri di accoglienza incorrono regolarmente nelle denunce delle Ong. “Non si può continuare a trattare la gente così!” insiste un alto responsabile europeo.

In prima linea di fronte ai boat people giunti dall’Africa o dal Medio Oriente, i paesi mediterranei dell’Ue denunciano l’assenza di solidarietà del resto dell’Europa. “Sentiamo tante belle parole, ma l’Europa non ci ha ancora detto cosa fare quando un’ondata di immigrati sbarca sulle nostre coste”, ripete Franco Frattini, capo della diplomazia italiana e predecessore di Jacques Barrot a Bruxelles. Frustrata, Roma ha deciso di correre il rischio della riprovazione internazionale e rimanda gli extracomunitari dall’altra parte del Mediterraneo, senza alcuna forma di processo. L’Italia è la prima destinazione di più di metà dei clandestini.

Gli stessi testi europei alimentano l’afflusso di clandestini e la spiacevole divisione degli europei. Per chiedere lo statuto di rifugiati bisogna infatti raggiungere fisicamente l’Ue. E in mancanza di un visto, il più delle volte rifiutato, rimane solo l’ingresso clandestino. Questo spiega l’afflusso sulle coste dell’Ue. Inoltre una volta sul posto il diritto di asilo è riconosciuto solo dal paese che ha concesso la sua protezione. Il risultato è che gli immigranti, anche quando sono regolarizzati, rimangono parcheggiati nell’Europa meridionale. Per loro, come per il diritto, l’Europa rimane un inestricabile labirinto.

PATTO SULL’IMMIGRAZIONE

Dieci mesi di sforzi sprecati

“Il 16 ottobre 2008 il vertice europeo aveva appena adottato il ‘Patto sull’immigrazione e l’asilo’ e i Ventisette leader annunciavano la loro nuova grande strategia comune. Grazie alla solidarietà fra le capitali, e alla cooperazione coi paesi terzi, promettevano di imbrigliare a stretto giro i problemi di clandestini e rifugiati. Invece no. In dieci mesi i frenatori hanno avuto la meglio e non se n’è fatto nulla”, scrive nel suo blog Marco Zatterin. Il giornalista della Stampa accusa in particolare la Germania, l’Olanda, l’Austria, i paesi baltici e dell’Europa orientale: “sono loro che rallentano il progetto. Non lo reputano prioritario, non vogliono pagare e non si preoccupano se un pugno di stati vigila solitario sulla frontiera meridionale. ‘La Commissione lavora, alcuni governi stanno a guardare’, assicura una fonte a Bruxelles. Il coordinamento fa acqua e le erogazioni – in bilancio ci sono 1,8 miliardi stanziati a sostegno delle iniziative comuni – non sono coerenti con le azioni.

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